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Quando Eugenio Scalfari venne a Verbania nel 1968. Un breve ricordo
Non ricordo il giorno preciso.
Era comunque la prima metà di ottobre.
L’occasione era il congresso locale del PSU (Partito Socialista Unitario)[1] che eleggeva i delegati che avrebbero poi partecipato ai congressi provinciali e regionali sino al Congresso nazionale a Roma (23-28 ottobre 1968).
Avevo aderito al neonato PSU tra la fine del ’66 e l’inizio del 1967. Eravamo un piccolo gruppo di giovani socialisti; ricordo in particolare Renato Ruta che frequentava anche lui la Statale di Milano: con lui avevo preparato insieme un esame anche se lui era un anno avanti e frequentava Lettere mentre io Filosofia e avevamo deciso insieme di associarsi al nuovo partito. Fra gli altri giovani c’era Silvano Silvani e Madel Monti; ci ritrovammo subito con il gruppo dei lombardiani guidato da Paolo Monchini e Nino Ramoni. Eravamo orientati all’apertura su temi quali l’imperialismo con altri giovani, in particolare quelli del PCI.
Come è noto Scalfari, originariamente di formazione laico liberale e tra i fondatori del Partito radicale, era entrato nel partito accettando la candidatura elettorale (elezioni del maggio 1968) quale deputato che gli garantiva l’immunità dopo la condanna per l’inchiesta pubblicata dall’Espresso sul SIFAR e il tentativo di colpo di Stato del generale De Lorenzo (il cosiddetto “Piano Solo”).
Quella sera venivo da Milano e, ricordo, avevo tra le mani Stato e Rivoluzione di Lenin[2], uno dei testi che dovevo portare per l’esame di Dottrine politiche (esame che in realtà ho poi rimandato di circa tre anni). Non sarei mancato al Congresso locale, nella sede di Via Roma a Intra perché, oltre alla volontà di sostenere la mozione di Sinistra socialista (Riccardo Lombardi), si sapeva della presenza di Scalfari che presentava la mozione Impegno Socialista di Antonio Giolitti. Era l’unica presenza di rilievo nazionale e tutti leggevamo e seguivamo la sua creatura giornalistica, l’Espresso, le sue inchieste e le vicende che ne erano scaturite. Come scrive Luciana Castellina su il manifesto:
Eugenio Scalfari fu il primo ad attraversare la cortina di ferro che, in quegli anni di guerra fredda, separavano non solo gli stati occidentali da quelli orientali, ma anche le loro rispettive società civili. In particolare quella italiana dove negli anni ’50, in particolare dopo il 18 aprile del 1948, non si sviluppò solo un duro scontro politico, ma crebbe una rigida e invalicabile distanza. I comunisti si vedevano fra loro, gli altri restavano chiusi nel mondo ufficiale. … Quando nel 1955 esce l’Espresso, inventato da Scalfari, il Muro si incrina.[3]
Non ricordo nel dettaglio l’intervento di Scalfari che riscosse un applauso corale (ma non altrettanti voti alla mozione da lui sostenuta). Ricordo molto bene invece l’episodio finale di quel Congresso. Eravamo già avanti nella presentazione delle mozioni quando l’esponente locale della mozione “demartiniana” (Riscossa e Unità Socialista di Francesco De Martino) fa entrare e registrare un folto gruppo di suoi paesani, tutti con tessera di recentissimo conio, i quali poi naturalmente alla fine voteranno quella mozione.
L’episodio, di evidente clientelismo, ha suscitato un imbarazzo diffuso ma nessuno dei locali ha osato opporsi probabilmente per non aprire un contrasto nella sezione verbanese.
Al termine della votazione e prima della stesura del verbale c’è stato un intervento durissimo di Scalfari che contestava il risultato chiedendo che il suo intervento fosse messo a verbale. A regolamento le iscrizioni al Congresso dovevano avvenire prima dell’inizio della presentazione delle mozioni e chiedeva che i voti dei ritardatari venissero annullati. Aggiungeva che un partito che al suo primo Congresso avesse tollerato evidenti episodi di malcostume non avrebbe avuto lungo futuro. Previsione avveratasi l’anno successivo.
Non saprei dire oggi quanto questo episodio, o altre considerazioni più generali, abbia pesato nella mia decisione di non rinnovare l’iscrizione l’anno successivo.
Lo comunicai per primo a Paolo Monchini, la persona che maggiormente stimavo della locale sezione, e ricordo ancora con commozione il suo commento dispiaciuto e la sua stretta di mano.
Oramai ero pienamente coinvolto nelle attività del movimento degli studenti, ma questa è un’altra storia.
[1] Altrimenti detto Partito Socialista Unificato, nato dalla fusione dei PSI e PSDI nel 1966 con il non fortunato simbolo ironicamente chiamato “bicicletta”. Ebbe vita breve e si scisse nuovamente nel 1969.
[2] Ricordo il dettaglio perché quando Scalfari è entrato in sala passando davanti al nostro gruppo di giovani volle vedere che libro avevo in mano; non fece commenti ma non riuscì a trattenere un legger, comprensibile, moto di disgusto.
[3] Eugenio Scalfari fu il primo a rompere il Muro in Italia, in il manifesto 15 luglio 2022, p. 1 e 14.
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