Vai al contenuto

Frattali 5. Visite Virtuali al tempo del COVID-19 (giorni 57 – 71)

19 settembre 2020

Dall’8 marzo, viste le restrizioni di movimento man mano intensificatesi, giornalmente ho postato su facebook una o più foto tratte dall’archivio digitale dei miei viaggi degli ultimi anni. Un modo per riguardare e richiamare alla mente – e agli occhi – luoghi e artisti che avevo apprezzato o che mi avevano comunque colpito; nel contempo, ai tempi del #iorestoacasa, una modalità per tener aperti i contatti con i miei amici digitali. Frattali di bellezza e pertanto di speranza.

Di seguito la nona e decima settimana di fotografie con i testi (didascalie e talvolta qualcosa di più) e i link che le accompagnavano. Ho poi concluso con il 71mo giorno (17 maggio), antecedente alla riapertura e all’alleggerimento sostanziale delle misure di contenimento.

 

Visite virtuali al tempo del COVID-19 (mese 2 – giorno 26) #iorestoacasa

Jannis Kounellis (Pireo 1936 – Roma 2017), Senza titolo, 1991

Artista greco, naturalizzato italiano, è uno dei massimi esponenti in Italia della corrente dell’Arte povera, di un’arte povera non minimalista, si è detto. Ama infatti installazioni scenografiche di forte impatto. Questa opera apre la collezione permanente “L’irruzione del contemporaneo” al Mart di Rovereto dedicata ai linguaggi artistici che, a partire dagli anni ’50 del secolo scorso, hanno reinventato pittura e scultura “superando la spazio astratto della cornice e del piedistallo, sconfinando nello spazio della vita”.

“Io sono un pittore: sono un visionario, ma non dipingo.
Vorrei guadagnare la visione, cioè ciò che all’inizio era il quadro.
È la visione il mestiere del pittore”.

 

Visite virtuali al tempo del COVID-19 (mese 2 – giorno 27) #iorestoacasa

Mario Merz (Milano 1925 – Torino 2003): Chiaro Oscuro, 1983.

Mario Merz, Chiaro Oscuro

Altro artista approdato all’arte povera; dopo il periodo delle scritte luminose al neon che riproponevano gli slogan del 1968, le installazioni di igloo lo caratterizzano per tutto il periodo successivo. Con l’utilizzo dei materiali più diversi l’autore – come si afferma nella presentazione di una mostra dello scorso anno all’Hangar Pirelli Bicocca –“indaga e rappresenta i processi di trasformazione della natura e della vita umana: in particolare gli igloo, visivamente riconducibili alle primordiali abitazioni, diventano per l’artista l’archetipo dei luoghi abitati e del mondo e la metafora delle diverse relazioni tra interno ed esterno, tra spazio fisico e spazio concettuale, tra individualità e collettività. Queste opere sono caratterizzate da una struttura metallica rivestita da una grande varietà di materiali di uso comune, come argilla, vetro, pietre, juta e acciaio – spesso appoggiati o incastrati tra loro in modo instabile – e dall’uso di elementi e scritte al neon” (https://pirellihangarbicocca.org/mostra/mario-merz-igloos/#)

“Chiaro Oscuro” fa parte della permanente contemporanea al Mart di Rovereto. Questo il commento in loco: «Alla ricerca dei principi che regolano le energie della natura, a partire dal 1968 Mario Merz realizza gli igloo: strutture circolari che rimandano alle pratiche essenziali dell’umanità, come costruire una casa, pensare il cosmo o esplorare il mondo. In linea con la pratica di Merz, in “Chiaro Oscuro” l’artista compone l’installazione come un demiurgo che trasforma e mescola forme e materiali artificiali e naturali, pieni e vuoti, superfici chiare e oscure nel tentativo di connettere archetipi, esaltarli e attivarli».

 

Visite virtuali al tempo del COVID-19 (mese 2 – giorno 28) #unpocoesco

Armando Testa (Torino 1917-1992), Punt e Mes (variazioni 1960-62) e Sedie con matita (1972).

Oggi un autore che si colloca tra arte contemporanea e grafica, tra ironia dadaista e pubblicità. Visto che è lecito uscire un po’, possiamo brindare ma non sederci.

Al Mart nel 2017, in occasione del centenario della sua nascita, era allestita la temporanea “Tutti gli ‘ismi’ di Armando”. Di seguito l’introduzione:

Punt e Mes Totem

«Scrivendo in merito al Futurismo e alla vita moderna, nel 1928 Fortunato Depero annotava: “L’arte dell’avvenire sarà potentemente PUBBUCITARIA. Tale profetica affermazione ha trovato riscontro nel corso del Novecento e del nuovo millennio in forme espressive che contaminano le discipline, superano lo specifico delle arti e prendono coscienza del ruolo della comunicazione e dell’attivo contributo dei media nel dare forma alla società e al proprio tempo.

In tale scenario il Mart coglie l’occasione del centenario della nascita per celebrare il genio di Armando Testa (1917-1992). Personaggio dall’inesauribile curiosità e inarrestabile fantasia, Testa ha saputo trasferire le sperimentazioni delle avanguardie artistiche nell’immaginario collettivo moderno. Come suggerisce il titolo della mostra, manifesti, caroselli, sculture e dipinti mettono in luce le connessioni con i principali “temi” del Novecento: il dinamismo del Futurismo, la composizione dell’Astrattismo, i paradossi visivi del Surrealismo o gli slittamenti semantici del Dadaismo. Le dichiarazioni dell’autore, estratte da interviste storiche dell’Archivio Rai, orientano un percorso che evidenzia gli omaggi a grandi maestri del XX secolo come Piet Mondrian, Pablo Picasso, John Cage e approfondisce alcuni temi affrontati da Armando Testa in una relazione talvolta fondata e, in altri casi, ironica e divertita rispetto ai motivi più profondi dell’arte contemporanea. Al centro del suo interesse vi è sempre l’idea del “moderno” come istanza che si impone nella necessità di corrispondere alla velocità e alle dinamiche del cambiamenti sociali dell’Italia del dopoguerra. Armando Testa è un protagonista fondamentale della nostra epoca esibendo la straordinaria capacità di determinare un immaginario popolare che investe la vita quotidiana, accompagna le Innovazioni del modi di produzione, crea nuovi miti attraverso l’elaborazione di aggiornate tecniche di comunicazione che, nella loro straordinaria sintesi, continuano a offrirsi all’analisi e al piacere di interminabili divagazioni per indagini semiotiche, riflessioni sociologiche e pratiche artistiche dell’attualità.»

Sedie con matita

 

Visite virtuali al tempo del COVID-19 (mese 2 – giorno 29) #unpocoesco

Fortunato Depero (Fondo 1892 – Rovereto 1960), Casa d’arte futurista Depero

Se nel 1918 nascono in Italia un certo numero di Case d’arte futuriste a partire da quella di Prampolini a Roma, questa fondata l’anno dopo a Rovereto era, nella concezione dell’artista, un’officina di arti applicate (arazzi, marionette, grafica pubblicitaria …) ed è successivamente diventata un vero e proprio museo. Dal 1989 è incorporato nel Mart (Museo d’Arte Moderna e Contemporanea di Trento e Rovereto) e nel 2009 è stato restaurato e ristrutturato su progetto dell’architetto Renato Rizzi.

 

 

Questa l’autopresentazione sul sito:

“Quando vivrò di quello che ho pensato ieri, comincerò ad avere paura di chi mi copia”. (F. Depero) «La Casa d’Arte Futurista Depero è l’unico museo fondato da un futurista – lo stesso Depero, nel 1957 – in base a un progetto dissacrante e profetico: innovazione, ironia, abbattimento di ogni gerarchia nelle arti. L’edificio si trovava nell’elegante centro storico della Rovereto medioevale. Depero, un vero pioniere del design contemporaneo, curò personalmente ogni dettaglio: i mosaici, i mobili, i pannelli dipinti. Morì nel 1960, poco dopo l’apertura. Il 17 gennaio 2009, in occasione del centenario del Futurismo, il Mart ha dato una seconda vita a Casa Depero. Un complesso restauro, firmato dall’architetto Renato Rizzi, ha recuperato le zone originali progettate dall’artista, completandole con due nuovi livelli ispirati direttamente al gusto di Fortunato Depero. Dentro si possono ammirare, esposti a rotazione, circa 3000 oggetti lasciati dall’artista alla città, fra dipinti, disegni, tarsie in panno, grafiche e giocattoli.
Casa Depero ospita anche un ricco programma espositivo, che reinterpreta in chiave contemporanea l’originaria vocazione di questo luogo al dialogo tra artisti e comunità locale.»

Visite virtuali al tempo del COVID-19 (mese 2 – giorno 30) #unpocoesco

Fortunato Depero (1892 –1960), Casa d’arte futurista Depero: Autoreclame e Pubblicità.

  1. Studi di insegne pubblicitarie, 1929http://www.mart.trento.it/casadepero
  2. Cartellone Balli Plastici, 1918
  3. Copertina di “”, 1930

4-5. Campari, 1926

«L non è vana, inutile e esagerata espressione di megalomania, bensì indispensabile NECESSITÀ per far conoscere rapidamente al pubblico le proprie idee e creazioni».

«L’arte dell’avvenire sarà potentemente pubblicitaria. Tale espressione apparentemente eretica, tale audace concezione e inoppugnabile constatazione l’ho avuta dai musei e dalle opere del passato. L’arte dei secoli passati è pregna di glorificazioni. Ovunque un’impronta guerresca e religiosa, ovunque una documentazione di fatti, di cerimonie e di personaggi esaltati nelle loro atmosfere vittoriose, nei loro simboli, nei gradi di comando e di splendore. Anche i loro prodotti eccelsi ed ambienti regali (architetture, regge, troni, drappi, alabarde, stemmi ed armi di ogni foggia) appaiono in simultanea glorificazione. Non c’è opera antica se non inghirlandata di trofei gloriosi pubblicitari, di arnesi di pace, di guerra e di vittoria; timbrati da sigle e da simboli originali di potenti casati, composti e stilizzati con una libertà autoincensatoria ultrareclamistica. […]

 

L’arte della pubblicità è un’arte decisamente colorata, obbligata alla sintesi. Arte fascinatrice che arditamente si piazzò sui muri, sulle facciate dei palazzi, nelle vetrine, nei treni, sui pavimenti delle strade, dappertutto. Si tentò perfino di proiettarla sulle nubi. È insomma un’arte viva che penetra e si diffonde ovunque, moltiplicata all’infinito e che non rimane sepolta nei musei. Arte libera da ogni freno accademico.

Arte gioconda, spavalda, esilarante, ottimistica. Arte di difficile sintesi, dove l’artista è alle prese con la creazione ad ogni costo. Il cartello è l’immagine simbolica di un prodotto, è la geniale trovata plastica e pittorica necessaria per esaltarlo e interessarlo. Esaltando con ingegno i nostri prodotti, le nostre imprese, (cioè i fattori e l’essenza della nostra vita), non facciamo che dell’arte sinceramente moderna. L’arte pubblicitaria poi offre temi e campo di ispirazione inesplorati. Essa è fatalmente necessaria, attuale e rapidamente pagata. Sono persuaso che un solo industriale dà maggiore incremento all’arte nuova e alla sua evoluzione, più di cento critici o di cento collezionisti passatisti. […]

L’influenza dello stile d’avanguardia e futurista in tutte le applicazioni e creazioni pubblicitarie e decorative è evidente, lo stesso mi vedo frequentemente plagiato, con più o meno gusto, con più o meno intelligenza. Ciò mi fa naturalmente molto piacere e, benché mi sia dedicato all’arte pubblicitaria con limitato tempo, constato e non esito a dichiararlo, di avere fatto scuola; ma aggiungo che in questo campo inesauribile avrò ancora qualcosa da dire.»

(Dalla Rivista “Futurismo”, Roma, 1933)

 

Visite virtuali al tempo del COVID-19 (mese 3 – giorno 1) #unpocoesco

Fortunato Depero (1892 –1960), Marionette di legno e Balli Plastici (Casa d’arte futurista Depero)

Costruzione di donna, 1917

Marionette

Video “Pagliacci”: apertura e scena conclusiva.

Operai

Ballerina negra (New York, 1929)

«… Per ottenere un maggior senso geometrico e di libertà proporzionale nei costumi, nei personaggi e nei rapporti fra scena e figura, bisognerebbe dimenticare addirittura l’elemento uomo e sostituirlo con l’automa inventato; cioè con la nuova marionetta libera nelle proporzioni, di uno stile inventivo e fantasioso, atta ad offrire un godimento mimico paradossale e a sorpresa…».  (F. Depero)

Il progetto dei “Balli Plastici” nasce nel 1917-18 con l’incontro di Depero con il poeta svizzero Gilbert Clavel e il loro soggiorno a Capri. Un “teatro magico” realizzato con marionette di legno dai movimenti meccanici e accompagnato da musiche d’avanguardia. La prima rappresentazione a Roma nel 1918 con undici repliche nel Teatro dei Piccoli fondato dal grande burattinaio Vittorio Podrecca.

Lo stile delle marionette realizzate in quegli anni continuerà a caratterizzare anche le opere successive di Depero: sculture, dipinti, “mosaici di stoffa” ecc.

 

Visite virtuali al tempo del COVID-19 (mese 3 – giorno 2) #unpocoesco

Fortunato Depero, Casa d’arte futurista Depero, 1957

Al piano terra su una parete tre grossi dipinti a olio di analoghe dimensioni (cm. 220 x 168,5 ciascuno) si presentano quasi come un grande murale che interseca modernità e tradizione nelle simbologie e nelle strutture architettoniche, miti antichi e miti contemporanei, in una grande visione dove l’antico diventa integralmente moderno.

Da sinistra: Generosità sconfinata – Pietre antiche e moderne – Vampa eroica

 

Visite virtuali al tempo del COVID-19 (mese 3 – giorno 3) #unpocoesco

Fortunato Depero (1892 –1960), Diabolicus (1924), autoritratto

Esposto nella Casa d’arte futurista, abbiamo un autoritratto che si distacca dalle autorappresentazioni tipiche di molti artisti. In questo autoritratto del 1924 (titolato “Diabolicus” nel 1932 dopo il ritorno dagli Stati Uniti) Depero si raffigura come un montanaro (con alle spalle le Dolomiti) e contemporaneamente come un viaggiatore ove le Dolomiti si trasformano in grattacieli. Sarà infatti nel 1928 che Depero si trasferisce a New York e che “diabolicamente” trasformerà le Dolomiti in grattacieli e se stesso, dal montanaro attaccato alle proprie radici e tradizioni, nel viaggiatore moderno volto alla scoperta del “nuovo mondo”, nel contempo messaggero oltreoceano dell’arte futurista.

 

 

Visite virtuali al tempo del COVID-19 (mese 3 – giorno 4) #unpocoesco

Rovereto.

1-2 . Palazzo Del Ben – Conti d’Arco (sec XV), Piazza Rosmini

 

  1. Palazzo Pretorio – Municipio (sec XV)

  1. Per le vie del centro

Campana dei caduti

Chiudo questa (retro)visita virtuale a Rovereto con immagini di questa cittadina con cui noi del VCO e del Novarese, come abbiamo in parte già visto, abbiamo molti rapporti. Sul piano artistico con pittori presenti nelle collezioni del Mart (Tozzi, Casorati, Dudreville …) e perché qui sono nati due personaggi importanti per il nostro territorio. La figura di Antonio Rosmini e i Collegi rosminiani di Stresa e Domodossola sono ampiamenti noti. Meno noto è che Mario Flaim, comandante partigiano caduto sulla Marona e a cui è stata intitolata nell’ultimo periodo della Resistenza la Divisione che ha riunito tutte le formazioni del Verbano, sia anche lui originario della cittadina trentina.

Vale la pena, dopo il Mart e la Casa d’Arte Depero, percorrerne le vie, ammirare il Palazzo del Ben, oggi sede della Cassa di Risparmio di Trento e Rovereto, nonché il Palazzo Pretorio, oggi sede municipale  – entrambi risalenti al XV secolo – e, se si è autonomi nel trasporto, salire sul Colle di Miravalle dove è collocata la Campana dei Caduti (o della Pace), forgiata con il bronzo dei cannoni delle diverse nazioni in conflitto, che con i suoi cento rintocchi ogni sera al tramonto ricorda i caduti di tutte le guerre.

 

Visite virtuali al tempo del COVID-19 (mese 3 – giorno 5) #unpocoesco

Polimede di Argo, Kléobi e Bitone (585 a.C. circa). Museo Archeologico di Delfi.

Statue in marmo di grandi dimensioni (h. cm. 216) dello stile arcaico dei kouroi (ragazzi nudi astanti) di derivazione egizia. Furono scoperte nel 1893 e 1894 durante scavi organizzati da archeologi francesi.

I due gemelli, nella tradizione mitica, erano figli della sacerdotessa Cidippe del tempio di Hera. Secondo il racconto di Erodoto dovendo la loro madre recarsi a celebrare i riti della divinità olimpica, in assenza dei buoi, i due figli trascinarono il carro della sacerdotessa sino al tempio. La madre commossa per la loro dedizione chiese a Hera la ricompensa più grande che dei mortali potessero ricevere. La Dea li fece addormentare per sempre in un sonno piacevole, una sorta di morte inconsapevole e indolore.

 

Visite virtuali al tempo del COVID-19 (mese 3 – giorno 6) #unpocoesco

Sfinge dei Nassi (565 a.C. circa). Museo Archeologico di Delfi.

Dono della popolazione di Nasso, la principale isola delle Cicladi, all’oracolo di Delfi. Statua di cm 222, scolpita nel marmo originario dell’isola, si ergeva a Delfi su di una colonna di 10 metri davanti al tempio di Apollo.

Tra le varie raffigurazioni della Sfinge questa, oltre il corpo di leone e il viso di donna – che qui ricorda quello tipico delle Korai greche – è nella versione alata, raffigurazione presente sia in Grecia che in tutto il medio oriente. Alla Sfinge si collega, come è noto, il mito di Edipo.

 

 

Visite virtuali al tempo del COVID-19 (mese 3 – giorno 7) #unpocoesco

Toro in oro e argento a sbalzo di dimensioni naturali, VI sec a.C. Delfi, Museo Archeologico.

Nel 1939, sotto la Via Sacra che conduce al tempio di Apollo, sede dell’Oracolo, è stato rinvenuto un deposito degli artistici oggetti preziosi che i “postulanti” recavano per poter accedere al responso del Dio.

Dal libro di Michael Scott, “Delfi. Il centro del mondo antico, una efficace ricostruzione:

«(L’oracolo) non dice né occulta ma dà segni.» Eraclito

«Il giorno fissato era giunto. Dopo un viaggio su per i tortuosi sentieri montani che portavano al luogo santo nascosto nei recessi del massiccio del Parnaso, si erano riunite nel santuario di Apollo persone venute da vicino e da lontano, rappresentanti di città e di Stati, di dinastie e di regni fin dalla parte opposta del Mediterraneo. Allo spuntare dell’alba girò la voce che presto si sarebbe saputo se il dio Apollo avrebbe risposto alle loro domande. La luce del sole si rifletteva sulla facciata di marmo del tempio, la sacerdotessa dell’oracolo entrò nella parte più interna e gli interpellanti in folla cominciarono ad avanzare, in attesa del proprio turno per apprendere che cosa avessero in serbo per loro gli dei. Si riteneva che le divinità potessero tutto, controllassero tutto, sapessero tutto: le loro sentenze, più e più volte, si erano dimostrate definitive. Tra gli interpellanti c’era chi aveva atteso mesi, chi aveva percorso migliaia di chilometri. Adesso attendevano pazienti il proprio turno, ognuno presumibilmente pieno di apprensione per ciò che avrebbe ascoltato entrando nella casa del dio. Alcuni ne uscivano soddisfatti, altri delusi, i più pensierosi.

Al crepuscolo la sacerdotessa del dio si faceva muta. Le folle si disperdevano, dirette verso tutti gli angoli del mondo antico, portando con sé le parole profetiche dell’oracolo di Delfi.»

 

Visite virtuali al tempo del COVID-19 (mese 3 – giorno 8) #unpocoesco

Auriga, 475 a.C. circa. Museo Archeologico di Delfi. Statua in bronzo (cm. 180) e ornamenti argentei.

La Statua originaria comprendeva anche la quadriga con i cavalli, di cui sono pervenuti solo alcuni frammenti.

È stata commissionata da Polizelo di Dinomene, tiranno siciliano di Gela, per celebrare la vittoria ai Giochi Pitici del 478 a.C. Delfi infatti non era famosa solo per il Tempio di Apollo e l’oracolo, ma ogni quattro anni vi si svolgevano, prima ancora di quelli olimpici, giochi panellenici (Pitici) che comprendevano non solo le competizioni sportive ma anche gare poetiche e musicali. Sovrastante al tempio di Apollo vi è infatti il teatro e, ancora più in alto, lo stadio per le competizioni sportive.

 

Visite virtuali al tempo del COVID-19 (mese 3 – giorno 9) #unpocoesco

Tesoro degli Ateniesi, Delfi (510 – 490 a.C. circa)

I templi del Tesoro o Donari custodivano le offerte preziose che le poleis greche donavano ad Apollo delfico. Secondo alcuni quello ateniese fu eretto per celebrare la vittoria della democrazia della polis attica nei confronti della tirannia, mentre secondo Pausania per celebrare la battaglia di Maratona (490 a.C.) contro i Persiani.

È un tipico tempio dorico “in antis” e il fregio con le metope che orna la parte superiore, rappresentava le imprese di Teseo, l’eroe mitico per eccellenza ateniese (di fronte), e quelle di Eracle, eroe tebano (di lato). Il tempio fu ricostruito tra il 1903 e il 1906 con un finanziamento del comune di Atene; le metope recuperate sono custodite nel Museo di Delfi.

 

Visite virtuali al tempo del COVID-19 (mese 3 – giorno 10) #passoechiudo

Delfi, Tempio di ApolloOracolo e Teatro

Con le foto dei due monumenti principali di Delfi, Tempio di Apollo con il sacello dell’Oracolo e il Teatro, chiudo dopo tre mesi e 10 giorni le mie visite virtuali quotidiane.

 

 

 

Posto sul lato est del massiccio del Parnaso – monte brullo e per niente ‘paradisiaco’ come è invece rappresentato dalla tradizione poetica – il tempio di Apollo risale al V secolo a.C. e venne ricostruito dopo un incendio con il finanziamento della potente famiglia aristocratica ateniese degli Alcmeonidi. Nella cripta dove vi erano esalazioni considerate miracolose la Pizia dava voce al responso del Dio.

Racconta Plutarco: «Non c’è niente di strano, dunque, se fra tante esalazioni che la terra fa scaturire, solo queste di Delfi riescano ad invasare le anime traendole alla visione del futuro. La tradizione conferma senz’altro il nostro discorso. Si racconta infatti che il potere di questo luogo si rivelò per la prima volta quando un pastore, capitato qui per caso, cominciò a proferire voci ispirate. Da principio i presenti dissero che era matto, ma poi, quando le predizioni di quell’uomo si realizzarono, restarono sbalorditi. A Delfi i più eruditi ricordano ancora il suo nome: Coreta.»

(Il tramonto degli oracoli, in Dialoghi Delfici, Piccola Biblioteca Adelphi, Milano, 1995, pp. 118-119)

Il teatro ove, oltre le frequenti rappresentazioni di commedie e tragedie, si svolgevano le gare di musica e poesia associate ai giochi pitici. La configurazione visibile oggi risale ad una ristrutturazione del IV secolo e al restauro del II sec a.C., in epoca romana. Poteva contenere 5.000 posti ed aveva un ingresso con un fregio rappresentante le dodici fatiche di Eracle.

 

 

Lascia un commento

Lascia un commento