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Frattali 4. Visite Virtuali al tempo del COVID-19 (giorni 43 – 56)

30 Maggio 2020

Dall’8 marzo, viste le restrizioni di movimento man mano intensificatesi, giornalmente ho postato su facebook una o più foto tratte dall’archivio digitale dei miei viaggi degli ultimi anni. Un modo per riguardare e richiamare alla mente – e agli occhi – luoghi e artisti che avevo apprezzato o che mi avevano comunque colpito; nel contempo, ai tempi del #iorestoacasa, una modalità per tener aperti i contatti con i miei amici digitali. Frattali di bellezza e pertanto di speranza.

Di seguito la settima e ottava settimana di fotografie con i testi (didascalie e talvolta qualcosa di più) e i link che le accompagnavano.

 

Visite virtuali al tempo del COVID-19 (mese 2 – giorno 12) #iorestoacasa

Luigi Guerricchio (Matera 1932-1996) – Palazzo Lanfranchi, sezione Arte contemporanea

1. Interno-esterno, 1976

 

2. Argano e uomini del maggio, 1990

 

3. Uomo seduto con bastone, 1994

 

4. Autoritratto

La sezione di Arte contemporanea di Palazzo Lanfranchi dedica una sala a questo pittore materano.

“Luigi Guerricchio nasce il 12 ottobre del 1932 a Matera, dove muore il 1996, discendente da una famiglia borghese materana. Compiuti gli studi classici, si iscrisse alla Facoltà di Scienze Politiche presso l’Università di Firenze; ma, attratto dall’ambiente artistico fiorentino, lascia gli studi universitari e ritorna a Matera. Successivamente si trasferisce a Napoli iscrivendosi alla Scuola del Nudo presso l’Accademia delle Belle Arti di Napoli. A quel periodo risale l’incontro, a Portici, con Rocco Scotellaro, che influenzerà la sua formazione ideologica e la caratterizzazione della sua figura artistica.”

 

Visite virtuali al tempo del COVID-19 (mese 2 – giorno 13) #iorestoacasa

Carlo Levi (1902 – 1975), ritratti. Matera – Palazzo Lanfranchi, sezione Arte contemporanea.

1. Altiero Spinelli, 1939

 

2. Ernesto Rossi, 1949

 

3. Giuseppe Di Vittorio, 1952

 

4. Rocco Scotellaro, 1953

Nell’area del Museo nazionale d’arte medievale e moderna della Basilicata (Palazzo Lanfranchi) dedicata al pittore-scrittore Carlo Levi, oltre al grande telero Lucania ’61 che visiteremo domani, in una sala vi è un’ampia selezione di sue opere. Si tratta in gran parte di ritratti (e alcuni autoritratti) dalla grande forza espressiva. È un po’ come far scorrere la storia italiana tra guerra e dopoguerra.

 

Visite virtuali al tempo del COVID-19 (mese 2 – giorno 14) #iorestoacasa

Carlo Levi (1902 – 1975), Lucania ’61, tela di m. 18,50 x 3,20 (telero).

Lucania ’61: prima e seconda scena

 

Lucania ’61: seconda e terza scena

 

Lucania ’61, particolare

 

Lucania ’61: particolare

Lucania ’61: particolare

 

Lucania ’61: particolare

 

L’opera ha rappresentato la Basilicata all’Esposizione internazionale Italia ’61 di Torino ed è dedicata alla memoria di Rocco Scotellaro, poeta lucano suo amico e simbolo della civiltà contadina.

Riporto dal sito “Matera Inside” la descrizione di quest’opera unica nel suo genere per impatto visivo e risonanza politico-sociale. Frutto anche di una documentazione attenta come si vede in alcune fotografie esposte di fronte all’opera.

“Le tre scene sono ispirate alla quotidianità lucana, alla sua immensa umanità pregna di dolore antico e paziente lavoro. Da sinistra a destra del dipinto appare Rocco Scotellaro, il poeta della libertà contadina che è, come lo stesso Levi ha dichiarato in una descrizione dell’opera, il filo conduttore del dipinto. Appare morto e col volto bianco nella grotta da cui cominciano i tempi, accerchiato da donne addolorate e che lamentano la sua scomparsa; poi ci appare ragazzo dal viso lentigginoso o, ancora, rivolto a parlare a una folla in piazza, accerchiato da altri intellettuali dell’epoca che compaiono sulla scena: Giuseppe Zanardelli, Francesco Saverio Nitti, Giustino Fortunato, Guido Dorso.

Non mancano le scene del vicinato e del lavoro domestico. Si vede una donna incinta attorniata da ragazzini, tra i quali Rocco adolescente. E, sotto il sole cocente di mezzogiorno, compare anche una lunga fila di muli e capre, il cui colore contrasta quello del paesaggio dei monti argillosi e dei campi deserti dai colori dell’estate. Non manca niente dell’intero mondo lucano; sembra non essere mutato e aver preservato, seppur con notevoli slanci verso il moderno, quella purezza che ancora oggi anima il dipinto e rende ogni spettatore lucano fiero di appartenere a quella terra.”

Noi non ci bagneremo sulle spiagge

a mietere andremo noi

e il sole ci cuocerà come la crosta del pane.

Abbiamo il collo duro, la faccia

di terra abbiamo e le braccia

di legna secca colore di mattoni.

Abbiamo i tozzi da mangiare

insaccati nelle maniche

delle giubbe ad armacollo.

Dormiamo sulle aie

attaccati alle cavezze dei muli.

Non sente la nostra carne

il moscerino che solletica

e succhia il nostro sangue.

Ognuno ha le ossa torte

non sogna di salire sulle donne

che dormono fresche nelle vesti corte.”

Rocco Scotellaro (1948)

 

Visite virtuali al tempo del COVID-19 (mese 2 – giorno 15) #iorestoacasa

Mario Botta (Mendrisio 1943): Complesso del Mart, Rovereto (2000/2002)

Oggi da Matera ci spostiamo a Rovereto a visitare il Mart, Museo d’arte moderna e contemporanea di Trento e Rovereto. La sede centrale era precedentemente a Trento, al Palazzo delle Albere, di fianco al MUSE, e nel 2002 si è trasferita a Rovereto in un nuova sistemazione che è essa stessa un’opera d’arte progettata dall’architetto svizzero Mario Botta in collaborazione con Giulio Andreoli, ingegnere di Rovereto. In questo complesso si fondono lo stile dell’architetto ticinese, che molti fanno risalire a Le Corbusier, e soluzioni ingegneristiche d’avanguardia con risonanze palladiane esplicitate dalla cupola di acciaio e plexiglas che sovrasta l’ampio ingresso al museo, una sorta di piazza con tanto di fontana al centro; vieni così trasportato, prima ancora di accedere al museo, in una dimensione temporale e spaziale “estranea” al contesto esterno.

 

Visite virtuali al tempo del COVID-19 (mese 2 – giorno 16) #iorestoacasa

Arturo Martini (Treviso 1889 – Milano 1947)

La moglie del poeta, 1922

La moglie del poeta (1922), gesso (esemplare unico)

Quando siamo stati al Mart, nel 2017, era allestita la mostra Un’eterna bellezza. Il canone classico nell’arte italiana del primo Novecento”. Il gesso di Martini ne contrassegnava l’accesso. Avevamo incontrato Martini circa 5 settimane fa a Ca’ Pesaro con un’opera abbastanza diversa (La prostituta, 1913). In questo caso la ricerca stilistica di semplificazione e di ritorno ai valori classici riesce ad esprimere sia plasticità che dimensione poetica, esaltata questa dal biancore del gesso.

Nei prossimi giorni non “visiteremo” sia alcune altre opere di questa mostra che altre delle collezioni permanenti del Mart.

 

Visite virtuali al tempo del COVID-19 (mese 2 – giorno 17) #iorestoacasa

Giacomo Balla (Torino 1871 – Roma 1958), Numeri innamorati (1923). Olio su tela. Mart, Rovereto.

Numeri innamorati, 1923

Opera enigmatica che si discosta anche da quelle più prettamente futuriste. Molti si sono dedicati all’interpretazione di quei numeri e dei loro collegamenti (amorosi?). Non mi addentro; se qualche amico matematico o esperto di cabala vuole cimentarsi, ben venga. Quasi tutti tirano in ballo la serie di Fibonacci ma … poi il quattro che c’entra?

Visto che siamo alla vigilia del 25 aprile è bene ricordare che Balla, come la maggior parte dei futuristi italiani aderì al fascismo e nel decennio 1925 – 35 è uno degli artisti più in vista del regime. Ma si è pentito in tempi non sospetti; dirà del 1937: «Avevo dedicato con fede sincera tutte le mie energie alle ricerche rinnovatrici, ma a un certo punto mi sono trovato insieme a individui opportunisti e arrivisti dalle tendenze più affaristiche che artistiche; e nella convinzione che l’arte pura è nell’assoluto realismo, senza il quale si cade in forme decorative ornamentali, perciò ho ripreso la mia arte di prima: interpretazione della realtà nuda e sana». E da questo momento la cultura del regime lo accantona. Verrà rivalutato nel dopoguerra.

 

Visite virtuali al tempo del COVID-19 (mese 2 – giorno 18) #iorestoacasa

Cagnaccio di San Pietro (Desenzano 1897 – Venezia 1946), La partenza (1936)

La partenza, 1936

Per il 25 aprile abbiamo un autore ribelle, vissuto durante il fascismo, ma irruentemente ostile al fascismo, per avversione morale prima che ideologica o politica. Scalpore (e rifiuto) fece la sua opera “Dopo l’orgia” (1928) che rappresentava in modo esplicito la corruzione morale del fascismo. Ha uno stile personale riconoscibile, tra Nuova oggettività, metafisica e realismo magico. Contorni netti, colori forti e una sorta di sospensione temporale caratterizza le sue opere. In questa “partenza” mi colpito in particolare l’intensità espressiva dello sguardo dei due anziani coniugi: la tristezza di lei e la dolorosa preoccupazione di lui.

Di seguito il commento che la affiancava all’interno della mostra “Un’eterna bellezza” al Mart di Rovereto.

“La povera gente della laguna di Venezia è protagonista della pittura di Cagnaccio fin dal suo esordio, ma è soprattutto negli anni Trenta che si nota l’accentuarsi di uno sguardo di commossa partecipazione rivolto alle vicende di pescatori e operai, scaricatori e modesti artigiani. Pur senza attenuarne il duro realismo, l’artista infonde ai suoi dipinti un nuovo acconto mistico e spirituale che non si manifesta solamente nelle opere di soggetto religioso ma anche in quelle che ritraggono la vita del popolo. La partenza mostra due anziani genitori sul molo, intenti a fissare con tristezza e rassegnazione il mare, dove si è allontanata la barca che trasporta qualcuno a loro caro. Immerse in una tenera luce rosata, immobili e quasi statuarie, le due figure esprimono una dignità che Cagnaccio riconosce a tutta la sua gente, gli abitanti di San Pietro in Volta con cui aveva trascorso l’infanzia.”

 

Visite virtuali al tempo del COVID-19 (mese 2 – giorno 19) #iorestoacasa

Guizzo di pesce, 1915

Fortunato Depero (1892-1960), Guizzo di pesce (1915), gesso. Mart, Rovereto

A Rovereto è naturale trovare il poliedrico Depero e, dopo la sede centrale del Mart, avremo occasione di incontrarlo ancora nella sua Casa d’Arte Futurista. Qui abbiamo una delle prime opere futuriste, tutta tesa a liberare la scultura dalla staticità dove appunto più che il pesce è rappresentato il dinamismo del suo guizzo. Dal suo sito ufficiale, nella biografia di quel periodo leggiamo:

“L’11 marzo 1915 Balla e Depero lanciano il manifesto Ricostruzione futurista dell’universo nel quale si firmano «astrattisti futuristi». Infatti, dopo il suo definitivo rientro a Roma, nel settembre del 1914, Depero si era impegnato in un’opera di “alleggerimento” della sua tavolozza e della materia pittorica introducendo un colorismo nuovo, fatto di tinte piatte regolate per andamenti curvilinei, secondo l’influenza di Balla, ma aggiungendovi un senso plastico, di forte volumetria. Pur introducendo, inoltre, le sue ricerche “analogiche” ispirate al mondo animale, il lavoro del biennio 1914-1916 è di evidente distacco dalla figurazione, dunque a modo suo “astratto”, sebbene non muovesse da presupposti non oggettivi. Le opere di Depero di quel periodo […] sono piuttosto improntate ad una ricerca analogica sulle forme animali o sulle onomatopee esplosive.”

 

Visite virtuali al tempo del COVID-19 (mese 2 – giorno 20) #iorestoacasa

Fausto Melotti (Rovereto 1901 – Milano 1986), Contrappunto domestico (1973). Acciaio.

Contrappunto domestico, 1973

Mart Rovereto

«Noi crediamo che all’arte si arrivi attraverso l’arte, frutto d’intuito personale: perciò tutto il nostro sforzo consiste nell’insegnare il piccolo eroismo di pensare con il proprio cervello.» (F. Melotti, 1934)

Scultore, pittore e musicista, aderisce al movimento Abstraction-Création”, fondato a Parigi nel 1931 con lo scopo di promuovere e diffondere l’opera degli artisti non figurativi.

Il suo vuole essere in particolare un “astrattismo musicale”: «La musica mi ha richiamato, disciplinando con le sue leggi, distrazioni e divagazioni in un discorso equilibrato» (1973)

Questo il commento a quest’opera esposta al Mart:

“Cognato dell’architetto Gino Pollini e cugino del critico Carlo Belli, Meloni appartiene ad un milieu culturale che ha origine nella città di Rovereto, ma che assume ben presto una rilevanza nazionale. Negli anni Trenta è al centro degli sviluppi dell’astrattismo italiano con le sue sculture dalla rigorosa geometria, espressione di una poetica che l’artista definisce un “incontro fra immaginazione e raziocinio”. Le opere degli anni Settanta sviluppano maggiormente la componente onirica e proseguono quel processo di alleggerimento delle forme scultoree da cui scaturisce un delicato gioco di equilibri, ispirato al linguaggio musicale.”

 

Visite virtuali al tempo del COVID-19 (mese 2 – giorno 21) #iorestoacasa

Massimo Campigli (Berlino 1895 – Saint Tropez 1971). Mart, Rovereto.

Oggi “visitiamo” due opere di Massimo Campigli (nome d’arte di Max Ihlenfeldt), tedesco naturalizzato italiano, che risalgono all’inizio dell’influenza etrusca, che lo caratterizzerà in tutto il successivo percorso artistico. Di seguito il testo dei due pannelli di accompagnamento.

1, Le due sorelle, 1929. Olio su tela

“Come i fratelli de Chirico, Severini, de Pisis e Tozzi, Massimo Campigli è uno egli “Italiens de Paris”, ma mantiene stretti legami con l’Italia e dal 1926 espone con Novecento italiana. Nel 1928 visita il Museo di Villa Giulia dove rimane affascinato dall’arte etrusca. Questa scoperta ha come conseguenza un mutamento nello stile pittorico di Campigli: le sue figure femminili perdono la maestosità statuaria e la solida volumetria che caratterizza Donne con chitarra (1925) … per assumere forme più sintetiche e minute, rese con una pittura che imita la luminosità dell’affresco. Il colore è un olio magro, dall’opacità simile a quella dell’intonaco, steso con pennellate che paiono trattenute dalla ruvidezza di una superficie scabra come quella di un muro scrostato. I volti delle due sorelle della moglie, Maria ed Elisabetta Radulescu affiorano leggeri in superficie, i volumi appena accennati da un chiaroscuro tratteggiato con delicatezza.”

 

2. Figure (Donne sul terrazzo, Biografia) 1931

“Campigli rielabora il primitivismo in un linguaggio allo stesso tempo ingenuo e raffinato, infantile e colto. Come altri artisti dell’epoca, guarda all’arte del passato per trarne ispirazione e ad affascinarlo è soprattutto l’arte etrusca, scoperta nel 1928 in occasione di una visita al Museo di Villa Giulia, a Roma. Le figure femminili di questo quadro, con i loro corpi stilizzati ad anfora e la frontalità arcaica, ricordano quelle dell’arte funeraria etrusca, soprattutto nelle coppie con le braccia o le mani intrecciate. La tecnica, un olio magro dalla pasta densa, talvolta incisa come un graffito, richiama alla mente antichi affreschi parzialmente scrostati.”

 

 

 

Visite virtuali al tempo del COVID-19 (mese 2 – giorno 22) #iorestoacasa

Mario Sironi (Sassari 1885 – Milano 1961)

Il porto, 1921

Il porto (1921 circa). Tempera e china su carta intelata.

Anche oggi abbiamo un artista che, passato attraverso il futurismo, è poi approdato ad uno stile personale peculiare che caratterizzerà gran parte della sua produzione successiva: tinte scure, figure geometrizzanti, ombre spesse. Nel suo caso l’adesione al futurismo si è coniugata con quella al fascismo, collaborando in particolare, sul piano grafico, con “Il popolo d’Italia” di Mussolini e altri periodici fascisti. Il crollo del regime ha per lui costituito un trauma e il crollo delle sue illusioni. È noto come durante la liberazione di Milano abbia cercato di allontanarsi a piedi verso Como ma, fermato da un posto di blocco partigiano, abbia rischiato di esser passato per le armi. Era presente il partigiano Gianni Rodari che, riconosciutolo, gli ha però firmato un lasciapassare.

Questo il pannello di commento all’interno della mostra“Un’eterna bellezza. Il canone classico nell’arte italiana del primo Novecento” al Mart di Rovereto.

«Quando Sironi si trasferisce da Roma a Milano, nel 1919, le periferie urbane della città industriale diventano protagoniste di paesaggi malinconici, solitari, resi con tinte scure e ombre dense. Le strade appaiono silenziose e prive di quella vitalità e operosità che caratterizzano un luogo di produzione. Come scrive Margherita Sarfatti, “da questo squallore meccanico della città odierna (l’artista) ha saputo trarre gli elementi e lo stile di una bellezza e di una grandiosità nuove”. Il disordine del porto, con l’affollarsi di gru, ciminiere, cisterne e barche alla darsena, è sottoposto a una radicale semplificazione, reso con nitide geometrie che contrastano con le forme curvilinee dell’uomo, della donna e del cavallo in primo piano. Questo gruppo di figure, che pare tratto da un bassorilievo antico, conferisce alla scena una misura classica e interpreta quell’idea di glorificazione del lavoro che l’artista svilupperà negli anni seguenti.»

 

Visite virtuali al tempo del COVID-19 (mese 2 – giorno 23) #iorestoacasa

Ritratto di mia moglie (1920)

Mario Tozzi (Fossombrone 1995 – Saint-Jean-du-Gard, FR 1979)

Ritratto di mia moglie (1920)

Dedico gli ultimi tre giorni di retro-visita alla mostra “Un’eterna bellezza. Il canone classico nell’arte italiana del primo Novecento” esposta al Mart di Rovereto, a figure femminili. Oggi abbiamo un artista che consideriamo in gran parte Verbanese, con un’opera che precede lo stile geometricamente stilizzato ed aereo successivo. Ha vissuto l’infanzia a Suna e ha anche frequentato il corso di chimica all’istituto Cobianchi, senza però ultimarlo. Proprio a Suna aveva conosciuto la giovane francese, Marie Therèse Lemair in vacanza sul Lago Maggiore, che sposò dopo la guerra. Con lei si trasferisce a Parigi e, avvicinatosi ad altri artisti italiani come Campigli e De Chirico, venne così a far parte del gruppo denominato “Les Italiens de Paris”.

 

Visite virtuali al tempo del COVID-19 (mese 2 – giorno 24) #iorestoacasa

Ubaldo Oppi (Bologna 1889 -1942 Vicenza) La jeune fìlle sentimentale, 1920 -1922. Olio su masonite.

La jeune fìlle sentimentale, 1920 -1922

Un altro autore in cui, come per Mario Tozzi, la raffigurazione femminile risulta centrale è Ubaldo Oppi. In questo caso l’omaggio alla moglie non è nel ritratto ma, come in altre sue opere, nella collocazione del soprannome all’interno del dipinto, nello specifico sulla copertina del libro tenuto dalla “giovane ragazza sentimentale”. Di seguito il testo di accompagnamento:

«Questo dipinto precede di poco l’adesione di Oppi al gruppo dei Sette pittori del “Novecento”, ma appartiene ancora a una fase della sua ricerca caratterizzata da un segno secco e preciso e da tinte piatte e brillanti. Alle spalle della figura si nota lo stesso tipo di pavimento a scacchi bianchi e rossi di un’opera del 1919, Il chirurgo (1919), dove le piastrelle scandiscono lo spazio con una prospettiva che appare ribaltata in avanti. Anche in questo dipinto, a ben guardare, la scacchiera non è disegnata con uno scorcio corretto e ricorda, piuttosto, l’ingenua prospettiva intuitiva dei primitivi italiani. Anche il paesaggio alla finestra, quasi un quadro nel quadro, ha un sapore trecentesco. La jeune fille sentimentale si sostiene il capo con aria trasognata e tiene in mano un libro con sovraimpresso il soprannome della moglie dell’artista, Adele Leone, ritratta in altre opere di Oppi.»

 

Visite virtuali al tempo del COVID-19 (mese 2 – giorno 25) #iorestoacasa

Concerto, 1924

Felice Casorati (Novara 1883 – Torino 1963), Concerto, 1924.

Concludo questa retro-visita della mostra “Un’eterna bellezza. Il canone classico nell’arte italiana del primo Novecento” al Mart di Rovereto con il dipinto, di un autore di origine novarese, di esplicita esaltazione della bellezza dei corpi femminili raffigurati in una sorta di tempo “sospeso” e in contrappunto con i colori scuri e le linee geometriche del contesto (la stanza, la finestra, il cubo su cui poggia una mano). Opera che, in relazione alla situazione rappresentata e alla sua titolazione, è stata variamente interpretata e vuol probabilmente rapportarsi ad una tradizione pittorica rinascimentale. È stata acquistata dalla Direzione Generale della Rai di Torino, campeggia nella Sala Casorati della Direzione di Torino di via Cavalli ed è l’opera più richiesta della vasta collezione artistica della RAI per esposizioni sia all’estero che in Italia.

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