Vai al contenuto

La pandemia nell’epoca della biopolitica

12 Maggio 2020

 di Andrea Bocchiola

Psicoanalista, Società Psicoanalitica Italiana

C’è qualcosa di profondamente ironico nella pandemia da Covid-19. In un mondo, parlo della società occidentali avanzate, ossessionato dall’orrore per lo straniero, sia esso il terrorismo, il migrante, il virus che infetta i nostri computer, la senilità, la malattia, la sessualità, l’antagonismo sociale o il conflitto psichico, il fatto che un piccolo virus invada il nostro mondo arrivando a paralizzarlo, è un fatto tanto tragico quanto terribilmente ironico. Nessun’altra minaccia avrebbe potuto essere altrettanto chirurgica e coincidere con il nostro sintomo più cogente: la pretesa di immunizzazione della vita da tutto ciò che apparentemente la minaccia, anche a costo di arrivare a immunizzarla da se stessa, uccidendola.

Sennonché l’ironia lascia, deve lasciare il posto alla preoccupazione.

Da alcuni decenni l’ordine politico delle nostre società è andato modificandosi profondamente. Smarrito il controllo dell’economia, che al limite può indirizzare ma assolutamente non controllare e guidare, la politica ha anche smarrito ogni suo legame con una qualche visione del mondo e con esso anche qualsiasi distinzione forte tra pensiero conservatore e progressista; e certamente, il ritorno della lotta politica attorno alle grandi questioni del sovranismo e del populismo, non modifica questo sfondo, che rimane fondamentalmente condiviso da tutta la classe politica e dal sentire comune, e che possiede due aspetti che meritano qualche breve considerazione.

Il primo riguarda la spoliticizzazione della vita sociale. Da decenni ormai la società rivolge alla politica una richiesta forte di spoliticizzazione dei mondi della vita. Ogni conflitto che la attraversa deve essere preso in carico dalla politica, che lo deve risolvere, senza che una manovra di soggettivazione dell’antagonismo, anche brutale, che attraversa la società, sfiori i suoi membri.

Il secondo aspetto riguarda la trasformazione della politica in regime biopolitico. Priva di una weltanschauung e priva di un controllo della vita economica, alla politica rimane poco d’altro se non il governo della vita, la protezione della vita da tutto ciò che la minaccia, ossia, per dirlo concisamente, dal conflitto. Cosa che è possibile realizzare solo intervenendo sui corpi e sulle menti. In altre parole la politica biopolitica non può che tradursi in un regime dei corpi e in un regime delle menti.

Di qui l’interesse a presidiare, regolamentare e legiferare sulle soglie della vita e della morte e casomai a convogliare su di essa quel poco di battaglia politica che rimane. Basti pensare all’applicazione sempre più difficile della interruzione di gravidanza, alla polemiche bioetiche intorno alle fecondazioni assistite e alla ricerca sulle staminali, come a quello sull’eutanasia e sulle cure palliative. Basti pensare, ancora, ai dibattiti completamente ideologici intorno alla adozione e alla genitorialità delle coppie omosessuali — un inciso e lo dico da psicoanalista: la famiglia “naturale” eterosessuale, è in grado di fare tali e tanti disastri con i figli che è umanamente impossibile fare peggio — quindi siano benvenute le famiglie omosessuali se vorranno cimentarsi nel gioco della paternità e maternità, male che vada riprodurranno sui bambini le stesse stupidaggini in cui la famiglia naturale sovente eccelle.

Ora, a questo regime dei corpi fa da contraltare un regime delle menti, di cui una cultura sempre più psicologizzata e pedagogizzata fa da perfetto terreno di coltura.

Del resto non c’è niente di meglio che psicologizzare la sofferenza, il disagio e il conflitto per consolidare la spoliticizzazione dei mondi della vita. La sofferenza della persona sarà sempre dovuta a un trauma (un evento esterno in cui essa non ha nessuna parte) e sarà sempre individuale (ossia riguarda solo quella persona e non gli altri). Così una difficoltà scolastica diventa un disturbo dell’apprendimento, con il doppio risultato di assolvere gli insegnanti dalla difficoltà di trasmissione del sapere e i genitori dall’essere parte dell’angoscia che il bambino esprime come un disturbo scolastico e in generale di assolvere tutti dal prendere atto della propria parte nel conflitto che attraversa le proprie vite mentre il bambino diventa il suo unico, evacuabile, emendabile, rappresentante.

Come che sia, la progressiva affermazione di questo doppio regime “medico” e “psicologico”, per il quale non c’è vita senza “terapia”, e che costituisce il regime biopolitico, ha un effetto profondamente normalizzante della vita personale, di relazione e della vita sociale e profondamente anestetizzante.

Pensate alla cultura psuedobuddista della meditazione e del suo imperativo categorico del “qui e ora”. Ma riuscite a immaginare un modo migliore per aiutare le persone a farsi andare bene il disastro che stanno vivendo, cancellando ogni spazio di pensiero e di riflessione al riguardo? Là dove lo spazio nobile della politica richiederebbe un gesto di soggettivazione, appunto politica, della propria condizione personale e sociale, abbiamo delle pratiche disciplinari che ci aiutano a cancellare questo spazio e a rinchiuderci in un mondo chiuso al pensiero e alle scomodità della riflessione. Scomodità che, ad esempio, ci imporrebbero di chiederci, quale sia la parte, la nostra parte, nelle difficoltà che sperimentiamo e qual è l’equivoco ideologico nascosto nelle parole del “potere” (non nel modo paranoico persecutorio del populista, ma in quello riflessivo critico, ossia razionale del citoyen, ossia del soggetto democratico –critico che dovrebbe essere al cuore di ogni democrazia rappresentativa – e non a caso i populisti attaccando l’uno e l’altro, nel loro programma fondamentalmente eversivo della soggettività democratica e della democrazia rappresentativa stessa). Non a caso una disciplina come la psicoanalisi, che proprio questo atto di soggettivazione e di soggettivazione politica assume al cuore della propria etica e del proprio metodo clinico, è sotto attacco da parte di tutte le psicologie e psicoterapie “del benessere” contemporanee, occupate invece a svolgere la loro funzione all’interno del regime biopolitico delle menti (cosa che del resto è sempre stata loro compito, almeno dai tempi del fondatore della psicologa scientifica, ossia il filosofo dello stato leviatanico, Thomas Hobbes).

Se dunque questo, descritto per sommi capi, è lo sfondo e l’orizzonte politico della contemporaneità, come non domandarsi quale il suo rapporto con la crisi pandemica con la quale siamo alle prese.

Non si tratta qui di mettere in discussione una serie di decisioni politiche, probabilmente in buona parte gravose e inevitabili, o di stigmatizzare decisioni in qualche modo impossibili e comunque sbagliate, data la gravità, la velocità e la estensione della crisi che si è dovuto e che stiamo ancora affrontando.

Si tratta tuttavia di ascoltare il non detto di queste decisioni, di individuarne la dimensione sintomatica e la problematicità interna, per non esserne travolti in futuro, a crisi conclusa.

Perché penso sia sotto gli occhi di tutti la straordinaria normalizzazione della vita che ha preso corpo in questi due mesi di lockdown, ma sia meno visibile ai più ciò che in questa normalizzazione è passato sotto silenzio. Dal servizio di consultorio e interruzione di gravidanza fondamentalmente sospeso — peraltro in modo coerente con l’attacco della obiezione di coscienza a questo diritto fondamentale della donna e con l’attacco politico recente da parte della destra salviniana — alla scomparsa degli sbarchi dei migranti, quantomeno agli occhi dell’opinione pubblica e soprattutto dei migranti non regolari tout court dalla società italiana, abbandonati in una terra di nessuno senza alcun accesso al sistema sanitario e neppure ai lavoretti di sopravvivenza — anche qui in modo coerente al mainstream dell’opinione politica maggioritaria nel paese. O alla iperfetazione della famiglia “regolare”, che in queste settimane di lockdown è apparsa il solo porto sicuro — al netto delle violenze domestiche — mentre ogni altra relazione, non santificata da matrimonio, unione civile o stato anagrafico è stata sospesa in quanto potenzialmente “pericolosa”, in quanto amplificatrice di contagio. Il desiderio sessuale si è trovato così normalizzato entro le mura domestiche con buona pace di ogni altra pratica sessuale, la cui promiscuità non era compatibile con il codice igienico antivirale — con relativa scomparsa in una terra di nessuno, per fare un esempio, dell’industria del sesso e della prostituzione almeno fino a che l’Elemosiniere del Papa si è preoccupato di come facessero a vivere i transessuali privati della loro sola fonte di sostentamento.

Ora, tutto questo era probabilmente inevitabile e la situazione troppo complessa per perdersi in sfumature, ma dovrebbe far riflettere il silenzio intorno a questa normalizzazione familista dei comportamenti. Il fatto stesso che pochissime e inascoltate voci si siano levate per la difesa dei diritti delle minoranze colpiti dalla disciplina del lockdown è il sintomo silenzioso di una cultura, la nostra, che da qualche anno ha accelerato la sua corsa verso un perbenismo in cui la suscettibilità personale da politically correct — che di per sé costituisce la tragedia della cultura liberal progressista — fa il pari con una pretesa identitaria naif — che di per sé costituisce la tragedia di una cultura sovranista in un mondo secolarizzato.

Non è dunque il lockdown e la grossolanità della sua implementazione a dover essere esaminato criticamente, ma il silenzio politico intorno a questa normalizzazione della vita, e la sua sintomatica potenza, esemplificativa di un sentire profondo, che si trova perfettamente incardinato in un universo biopolitico di irreggimentazione dei corpi e delle anime, dal quale qualsiasi traccia di dubbio, di conflitto e di complessità deve essere estromesso il più velocemente possibile.

C’è poi un ulteriore aspetto a dover essere considerato. Il processo di normalizzazione cui accenniamo è andato a braccetto con l’affermarsi, sempre più esplicito di una strana mescolanza di deresponsabilizzazione dei cittadini e di paternalismo del potere. Quest’ultimo se a parole ha fatto appello alla responsabilità dei cittadini, di fatto li ha totalmente deresponsabilizzati, togliendogli la libertà insieme alla responsabilità e alla consapevolezza personale. Si sarebbe potuto fare diversamente, come altrove in Nord Europa? Probabilmente no, ma la cosa è ugualmente significativa. Il potere si è così premurato di regolamentare tutta la vita dei cittadini, ed è stato obbligato a farlo, perché gli aveva preventivamente tolto il raziocinio. Peccato che la vita non si possa regolamentare per legge, la legge è troppo grossolana per la vita, e da qui le mille incomprensioni, e i molteplici errori nella stesura dei decreti e nella comunicazione politica. Sennonché è proprio del regime biopolitico dei corpi e delle menti, una iperlegiferazione in cui il governo della vita protegge la vita sospendendo la responsabilità e il pensiero dei suoi membri incapaci, à la Hobbes, di controllarsi da soli, e bisognosi di essere pedissequamente irreggimentati come fossero dei bambini.

Esiste una versione nobile della politica che possiamo e forse dobbiamo opporre a quello biopolitico, che di fatto la riduce ad amministrazione dell’esistente. È la politica come arte dell’impossibile, come gesto capace di rendere reale ciò che tutti hanno sempre considerato impossibile fino ad allora. Forse dovremmo cominciare a coltivare questa arte della politica, di contro alla asfissia delle menti e alla terapia dei corpi, che la biopolitica da troppo tempo ci sta somministrando senza che la minima voce critica riesca a farsi sentire.

 

Biografia minima di riferimento

AA.VV, La medicalizzazione della vita, in aut-aut, 340, Il Saggiatore, Milano, 2008

AA.VV, Lo stato penale globale, in aut-aut, 346, Il Saggiatore, Milano, 2008

Delmas-Marty, Pour un droit commun, Seuil, Paris 1994

Esposito, Nove pensieri sulla politica, Il Mulino, Bologna, 1993

Esposito, Immunitas, Einaudi, Torino, 2002

Kristeva, Les nouvelles maladies de l’âme, Fayard, Paris 1993

Memmi, Faire vivre et laisser mourir. Le gouvernement contemporain de la naissance et de la mort, édition la découvert, Paris, 2003

 

Lascia un commento

Lascia un commento