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Frattali 3. Visite Virtuali al tempo del COVID-19 (giorni 29 – 42)
Dall’8 marzo, viste le restrizioni di movimento man mano intensificatesi, giornalmente ho postato su facebook una o più foto tratte dall’archivio digitale dei miei viaggi degli ultimi anni. Un modo per riguardare e richiamare alla mente – e agli occhi – luoghi e artisti che avevo apprezzato o che mi avevano comunque colpito; nel contempo, ai tempi del #iorestoacasa, una modalità per tener aperti i contatti con i miei amici digitali. Frattali di bellezza e pertanto di speranza.
Di seguito la quinta e sesta settimane di fotografie con i testi (didascalie e talvolta qualcosa di più) e i link che le accompagnavano.
Visite virtuali al tempo del COVID-19 (29) #iorestoacasa
Michele Pepe: Piazza del Ferrarese (1838)
Bari, Museo Storico Civico (Strada Sagges)
Di questo artista né la guida del Museo né il Catalogo Generale dei Beni Culturali dicono altro.
La Piazza del Ferrarese Piazza è quella che permette l’accesso alla città medievale a partire dal Porto Vecchio. Prende il nome da un commerciante di Ferrara – un certo Stefano Fabri o Fabbro – che nel Seicento si era stabilito a Bari e teneva in questa area i suoi magazzini.
Visite virtuali al tempo del COVID-19 (30) #iorestoacasa
Exultet I (XI secolo), Museo Diocesano di Bari.
Oggi faccio un’eccezione. Non sono mie fotografie ma riproduzioni con lo scanner da un testo acquistato in loco. Non era infatti possibile fotografare quegli eccezionali documenti: tre exultet, rotoli liturgici in pergamena legati alla liturgia pasquale. Di particolare rilievo, per antichità e originalità rispetto ad altri documenti analoghi, l’Exultet I di cui presento sette immagini e un passo di commento dal libro citato.
«L’Exultet I è la prima espressione artistico-letteraria che la terra di Bari ha prodotto. Tra fine X e inizi XI secolo, all’interno della tradizione liturgica beneventana, ma in un contesto di cultura bizantina, e anche di cultura latina, Bari partecipa a una produzione di rotoli liturgici, propria dell’Italia centromeridionale. Uno scriptorium barese, della cattedrale o del monastero di San Benedetto, ha creato un rotolo di oltre cinque metri, che contiene, tra immagini, testo e notazioni musicali, YExultet, il canto pasquale, l’annuncio solenne della risurrezione di Cristo. Le immagini sono per la gran parte originali, a volte uniche, a confronto con quelle di altri rotoli e, per la prima volta, appaiono capovolte rispetto al testo che il diacono deve cantare, cosicché il popolo possa vederle mentre la pergamena si srotola dall’alto dell’ambone. Il testo, in scrittura beneventana, ma in una forma originale barese, detta perciò Bari-type, e con notazioni musicali “neumatiche” (cioè di “segni”, non di note), pur attingendo a una tradizione più antica, è solo in parte comune al testo della tradizione franco-romana (quella che ancora ritroviamo, con delle variazioni, nell’attuale testo della liturgia romana), in gran parte diverso, originale, presente in tutto o in parte in altri rotoli, ma per la prima volta è a Bari completo e così strettamente legato alle immagini da farci concludere che c’è stata una comunità, di geniali uomini di fede e di cultura, che ha creato qualcosa di unico, quasi certamente la prima espressione poeticamente compiuta della terra di Bari.» [Giuseppe Micunco (a cura), Exultet I di Bari. Parole e immagini alle origini della letteratura in Puglia, Stilo ed., Bari 2011, p. 27-28].
1. Gioisca la madre terra. La Terra nelle sembianze di una giovane donna tra due alberi accompagnata da un cinghiale, un ariete, un cane e un capro
2. Si allieti la madre chiesa. La Chiesa rappresentata nel momento della benedictio cerei con un baldacchino al centro, il vescovo in alto a destra e sulla sinistra il diacono che svolge l’Exultet.
3. Cristo risorge dagli inferi, libera dalla morte. Anastasi (Resurrezione): Gesù schiaccia la morte ed esce dal limbo seguito da Adamo ed Eva, mentre un demone alato è sospinto nell’inferno.
4. Cristo nella rosa dei venti. Cristo nella Rosa dei venti. Divisa in tre zone concentriche e dodici raggi (uno per vento) con al centro un mezzobusto di Cristo benedicente, la rosa contrassegna ciascun vento con una figura alata e un nome in rosso.
5. La lode delle api e del cero. Il lavoro delle api, produttrici della cera con cui si realizza il cero pasquale.
6. L’autorità spirituale: il vescovo e i ministri. L’autorità spirituale nei suoi paramenti sacri.
7. L’autorità civile: i due imperatori. Il potere temporale nella persona degli imperatori bizantini (Basilio II e Costantino VIII).
Visite virtuali al tempo del COVID-19 (31) #iorestoacasa
Non si può lasciar Bari senza ricordare il patrono della città, San Nicola (270 Patara di Licia – 343 Myra), il santo la cui salma a Myra (Licia, oggi Turchia) venne trafugata nel 1083 da marinai baresi su commissione di mercanti e armatori della città. Per proteggere Bari con le reliquie del grande taumaturgo, si disse, ma probabilmente non erano estranei interessi economici legati a quello che chiameremmo oggi “turismo religioso”. E per custodirne le reliquie si eresse la bellissima basilica in suo nome, da subito meta rinomata di pellegrinaggi. Un santo globale venerato in occidente ed oriente, da tutta la Russia (Siberia compresa) alla Castiglia, dai Paesi Bassi alla Turchia. Anche l’immagine si è progressivamente trasformata, da quella ieratica orientale, ad una più massiccia, con barba più folta e lunga, il colorito talora da olivastro a nero, quest’ultimo dovuto, secondo lo studioso Michele Bacci, ai supporti lignei delle icone che si scuriscono col tempo, tanto che la statua del santo nella basilica barese, opera di Giovanni Corsi (1794) e portata ancor oggi nelle processioni, è inequivocabilmente “negra”. La migrazione del culto a nord, nei Paesi Bassi (Sinterklaas) lo collegò con i regali ai bambini nella vigilia della sua festa, la notte fra il 5 e il 6 dicembre. Quando, durante la Guerra di secessione americana, l’illustratore di origine tedesca Thomas Nast rappresentò Santa Claus (anch’egli portatore di doni ai bambini ma che, originariamente, era figura diversa da S. Nicola/Sinterklaas) l’iconografia, le narrazioni e le denominazioni progressivamente si sono fuse e confuse dando vita a quello che in Italia chiamiamo Babbo Natale, tanto che quasi tutti, tranne gli studiosi più accorti, tendono a identificare le due figure. E in questa progressiva metamorfosi, con un paradossale “ritorno a casa”, dal 2005 un’orribile statua in plastica di Santa Claus, nell’iconografia tipica della Coca Cola, con tanto di campanella al posto del bastone pastorale e dei libri sacri, proprio a Myra si erge nella piazza della Basilica. Un santo globale e oramai globalizzato.

San Nicola (s.d.), Museo Nicolaiano, Bari. Icona tipica (s.d.) che riproduce le fattezze del santo secondo la tradizione dell’icona miracolosa di Zarajsk (Russia), originaria, secondo la leggenda, di Cherson (Corea).
Zurab Tsereteli, San Nicola (2003), Piazza San Nicola. Dono di Vladimir Putin alla città di Bari e relativa dedica bilingue.
Michele Bacci, San Nicola. Il grande taumaturgo, Laterza, Bari 2009.
Visite virtuali al tempo del COVID-19 (mese 2 – giorno 1) #iorestoacasa
Barletta: Il Colosso (Eraclio, in loco “Arè”), V secolo d.C.: statua in bronzo alta circa 5 metri collocata a lato della Basilica del Santo Sepolcro.
Sia l’origine che l’identificazione dell’imperatore rappresentato non sono sicure e al riguardo non mancano leggende. La versione oggi più accreditata dagli studiosi la ritiene forgiata a Ravenna e raffigurante l’imperatore Teodosio II, mentre del tutto incerte sono le modalità e i motivi del suo approdo a Barletta.
Visite virtuali al tempo del COVID-19 (mese 2 – giorno 2) #iorestoacasa
Barletta, Palazzo Della Marra (sec XVI). Ingresso e volta della scalinata.
Dal sito del FAI – luoghi del cuore: “Oggi sede della Pinacoteca Giuseppe De Nittis, il Palazzo Della Marra rappresenta una rara testimonianza in terra di Bari di una residenza privata di gusto tardo manierista. Costruito nel secolo XVI da Lelio Orsini passò poi alla potente famiglia Della Marra che ne avviò imponenti trasformazioni. Il palazzo fu poi acquisito dalla famiglia Fraggianni. Nell’area retrostante dell’edificio, venne realizzato un giardino “murato” che si affaccia sul mare. Ancora oggi recintato, è del tutto privo di vegetazione ma conserva filari di colonne”.
Visite virtuali al tempo del COVID-19 (mese 2 – giorno 3) #iorestoacasa
Trani, Cattedrale di Santa Maria Assunta (sec. XII), legata al culto di San Nicola Pellegrino (Nicola da Trani). È considerata il più bell’esempio di Romanico pugliese, e non solo pugliese. Per la collocazione sul mare, per il chiarore del suo materiale, per la sopraelevazione del suo corpo principale con due livelli sottostanti, per lo slancio delle sue navate, per la luminosità e il gioco di luci dell’interno, per il suo alto campanile con arco di passaggio a sesto acuto sottostante, ecc. ecc., rappresenta un esempio unico non rassomigliante ad altri luoghi di culto. Se di solito scelgo una o due foto fra quelle archiviate, in questo caso non sono riuscito a scendere sotto la dozzina.
Visite virtuali al tempo del COVID-19 (mese 2 – giorno 4) #iorestoacasa
Trani, Museo Diocesano, Palazzo Addazi (ex Seminario vescovile) e attiguo Palazzo Lodispoto.
Inaugurato nel 1975 nell’ex seminario per dare una adeguata sistemazione al materiale lapideo e scultoreo proveniente da scavi e demolizioni operate nella Cattedrale ed in altre chiese tranesi. Con il crescere del suo patrimonio si ampliò nel 1998 con i locali dell’attiguo Palazzo Lodispoto (XVII sec.). Nel sotterraneo e parte del primo piano ospita anche il Museo della macchina per scrivere della Fondazione S.E.C.A.
- Lastra marmorea in due riquadri (sec XI): Grifo e Leone. Il manufatto è stato accostato all’iconografia delle cassette d’avorio bizantine e islamiche che influenzavano la scultura pugliese dell’epoca.
2-3. Teste di grifo (sec. XII). Provenienti dalla Chiesa di S. Maria della Scala (Trani), sono stati attribuite al giovanissimo Nicola Pisano.
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Eterno Padre (sec. XV-XVI). Lastra in pietra di spessore 26. cm.; la mano destra in atto benedicente, la sinistra regge il globo crucifero. Originariamente nel muraglione prossimo alla cattedrale; rimosso nel 1927.
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Fabrizio da Trani, Madonna col Bambino (1467). Scultura in pietra dipinta con Madonna che stringe il Bambino e gli sostiene il piede. Il Fanciullo regge l’emblema cristologico. Proviene dal Monastero carmelitano de Gesù Maria.
6. Macchina da scrivere Remington (USA, 1873).
Visite virtuali al tempo del COVID-19 (mese 2 – giorno 5) #iorestoacasa
Trani, Castello Svevo. Edificato a partire dal 1233 per volere di Federico II di Svevia. Direttamente sul mare a pianta quadrangolare sul modello dei Castelli crociati di Terra Santa. Struttura dalle linee essenziali a scopo principalmente difensivo. La Cattedrale e il Castello si rivolgono reciprocamente le facciate non si capisce se per reciproco rispetto o implicito conflitto fra due contrapposti poteri.
Per inciso oggi è Pasqua, non viviamo per ora alcuna resurrezione, e abbiam bisogno di altre tipologie di difesa da quelle miliari vecchie e nuove.
- Entrata con ponte in pietra che sostituisce quello ligneo originario.
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Cortile centrale e mensole sospese con altorilievi poste sul prospetto dell’ala nord.
3. Mensola con raffigurazione di Adamo ed Eva presso l’albero della Conoscenza. Mi sembrano ben rappresentare la fragile progenie da cui discendiamo, fragilità di cui, in questi giorni, stiamo rendendocene pienamente conto.
Visite virtuali al tempo del COVID-19 (mese 2 – giorno 6) #iorestoacasa
Matera, 1981.
La storia di Matera, popolata sin dall’epoca preistorica, è costituita da periodi di sviluppo e splendore e fasi di declino e miseria sino all’attuale “risorgimento” che l’ha portata a divenire la Capitale europea della cultura nel 2019. Quando vi siamo stati nel 1981 il centro storico era poco abitato, il grosso della popolazione trasferito nella città nuova, i sassi abbandonati e il turismo ai minimi termini. Si poteva tranquillamente arrivare in auto sino a Piazza Duomo come si vede nella foto (la 127 verde targata NO è naturalmente la mia). Le chiese rupestri alto medievali fuori città erano praticamente abbandonate.
Ben diversa la città quando siamo tornati nel 2016, come vedremo nei prossimi giorni.
C’è stato un piccolo dibattito su questo post che riporto:
Rino Romano: Paradossalmente, quello che ha salvato Matera è stata… la povertà, che ha impedito la corsa alla ristrutturazione cementificata del boom economico.
Io: Rino il discorso è un po’ più complicato. Direi che Matera è stata salvata, dallo stravolgimento e anche dalla miseria dalla Cultura nelle sue diverse accezioni: letteraria, cinematografica, urbanistica, sociologica ecc. ed anche politica. Senza “Cristo si è fermato a Eboli” di Carlo Levi e ancora lo stesso Levi nel 1961 con il suo straordinario pannello Lucania ’61 all’Esposizione Internazionale di Torino di quell’anno, l’interesse già dal ’49 di sociologi e urbanisti che, guidati da Adriano Olivetti, hanno dato vita alla “Commissione per lo studio della città e dell’agro di Matera”, e ancora “Il vangelo secondo Matteo“(1964) di Pasolini che con quel bianco e nero fantastico ha fatto percepire a molti la straordinaria ancestrale bellezza di quei “sassi”. Ed ancor prima l’intervento politico per interessamento diretto di Togliatti e di De Gasperi che dal 1953 ha permesso la costruzione di quartieri residenziali a lato della città storica “liberando” i sassi. Il tutto con contraddizioni: quell’intervento residenziale che ha liberato dalla malaria che proliferava nei sassi ha sottratto alla popolazione terre coltivabili e favorito indirettamente negli anni del boom l’emigrazione e un ulteriore impoverimento. La consapevolezza sia in loco che a livello generale del valore straordinario di quell’ambiente, se era da subito presente negli intellettuali e urbanisti sopra ricordati, ha impiegato molto, troppo direi, per affermarsi nella consapevolezza generale.
Io: Un ricordo diretto di quando siamo stati a Matera nel 1981. Appena arrivati al centro in Piazza Duomo si è avvicinato un ragazzo che, abbiam saputo poi, aveva finito il secondo anno di ragioneria e si è proposto da guida per farci visitare i sassi. Ha detto di non preoccuparci per l’auto e ha chiamato due o tre ragazzini più giovani di lui affidandogliela – in dialetto stretto – in custodia. Ci ha guidato nella visita e alla nostra osservazione sullo stato di abbandono nonostante si sapesse che in più occasioni vi eran stati stanziamenti a favore della riqualificazione di Matera, ci ha detto che il sindaco di allora, con l’accordo di tutti, aveva investito gran parte delle sovvenzioni per costruire il nuovo stadio comunale. Che la cultura, in tutti i suoi aspetti, sia la risorsa principale del nostro paese oggi a Matera lo sanno, nel resto della penisola troppi ancora no (non solo tra beceri e sovranisti).
Rino: Sì Gianmaria, il percorso che ha salvato Matera è certamente molto più complesso di quanto non dica la mia lapidaria osservazione. Essa deriva dal fatto che ho ben presente come in meridione, un certo benessere acquisito negli anni del boom abbia stravolto il tessuto edilizio di moltissimi centri e causato imperdonabili perdite. Non la ristrutturazione, ma la demolizione e il cemento armato hanno costituito la chiave del progresso. Ho presente il mio comune e quelli limitrofi che con le rimesse degli emigrati e altro hanno stravolto le strutture urbane. Per Matera valgono molto le cose da te rilevante.
Visite virtuali al tempo del COVID-19 (mese 2 – giorno 7) #iorestoacasa
Matera, 2016. Vedute d’insieme.
Alcune corrispondono alle stesse visuali di trentacinque anni prima pubblicate ieri: la differenza è impressionante e non dipende certo dalle qualità di quelle diapositive un po’ invecchiate.
Non aggiungerei altro a quanto detto ieri, commenti compresi. Direi solo che scegliere fra le otre 400 scattate non mi è stato facile. Gioie e dolori del digitale.
Visite virtuali al tempo del COVID-19 (mese 2 – giorno 8) #iorestoacasa
Matera, Cattedrale di Santa Maria della Bruna (sec XIII): esterno e affreschi
1-3 Esterno, Rosone e Porta Della Misericordia
Rinaldo da Taranto (attribuito a), 1270, Santa Maria della Bruna
Rinaldo da Taranto (attribuito a) 1270 circa, Giudizio Universale
Anonimo (sec. XV), San Luca evangelista
Riporto da una guida online le vicissitudini del nome del Duomo Cattedrale. Quasi tutti comunque riferiscono la dizione “Santa Maria della Bruna” al colorito dell’affresco attribuito a Rinaldo da Taranto; da osservare la particolarità del Bambino che benedice col la V a due dita e non con le tradizionali tre. Notevole l’affresco del Giudizio universale, in parte salvato dal restauro.
«Le denominazioni del tempio hanno avuto, durante gli anni, diverse vicissitudini. Principalmente esso fu chiamato di “Santa Maria di Matera”, come si può legge-re in uno strumento notarile del 1277. Fu in seguito an-che chiamato di “Santa Maria dell’Episcopio”, come si rileva dal testamento del connestabile De Bernardis del 1318. Infine, probabilmente dal 1389, è stato sempre indicato con il nome di “Santa Maria della Bruna”. Diverse sono state le motivazioni date al termine “Bruna”. Secondo alcuni, credo impropriamente, il termine è derivato dal colore olivastro della effigie della Madonna con il Bambino venerata nella cattedrale. Per altri dovrebbe provenire dalla riduzione dialettale della parola ebraica “Ebron”, colle della Giudea dove Maria si recò a visitare Santa Elisabetta, nel ricordo della festa della Protettrice della città. Più propriamente il vocabolo deve essere interpretato nell’uso comune proprio dell’epoca medioevale. Pertanto dovrebbe derivare da “brùnja” (corrispondente al provenzale “broigne” e al tedesco “Brünne”), che nel latino longobardo significa: “corazza”, “usbergo”, “difesa”. Lo si rileva con competenza dalla dizione della 17a legge di Carlo Magno, che suona: “ut nullus extra regnum nostrum, brunas vendere praesumat” (perché nessuno presuma di vendere corazze al di fuori del mio regno). Allora: “Santa Maria della Bruna” deve significare: “Santa Maria della protezione”, “della difesa”. Il gioiello più significativo del sacro tempio è dato proprio dall’affresco raffigurante la Madonna con il Bambino, oggi ubicato sull’altare della prima campata della navata sinistra. Un tempo era posto sulla controfacciata della chiesa, donde fu staccato nel 1576. Attribuito dalla studiosa Stella Calò a Rinaldo di Taranto, fu datato dal Gulle al 7° decennio del XIII secolo, e se n’è potuto apprezzare l’alto valore soprattutto dopo il restauro effettuato, nel 1984, dalla Soprintendenza per i beni artistici e storici della Basilicata, che ha inteso ricuperare l’immagine antica, alterata da varie dipinture e da microlacune prodotte dai chiodi infissi sulla superficie dipinta. Il restauro ha portato alla luce l’alta qualità de dipinto, evidenziata anche dalla presenza di tracce di dorature e di azzurrite. Per la sua colorazione uniforme, per la rigidezza del disegno e la fissità dello sguardo della vergine Madre, per la collocazione del Bambino benedicente con “due” dita (e non con “tre” alla forma latina), sul braccio sinistro della Madre, proprio secondo i ritmi greci, l’affresco è certamente bizantino.» (Franco Conese)
Visite virtuali al tempo del COVID-19 (mese 2 – giorno 9) #iorestoacasa
Chiesa rupestre: Santuario della Madonna delle tre porte:
- Madonna del Melograno
- Cristo benedicente (Deesis) e Vergine inginocchiata
Wikipedia nella voce “Chiese rupestri di Matera”, ne nomina 170. Per la collocazione al di là del fiume Gravina, nella zona del Parco Archeologico, sottostante al Belvedere di Murgia Timone da cui si può contemplare l’intera città di Matera dal lato del sasso caveoso, è quella più conosciuta al di fuori del centro urbano. Quando siamo stati nel 1981 era abbandonata e piena di sterpaglie; oggi è protetta da una cancellata e non si può entrare se non accompagnati da personale autorizzato. Era conosciuta anche col nome di “Grotta delle Croci” per i simboli cristiani scolpiti sui pilastri, uno dei quali è crollato.
Visite virtuali al tempo del COVID-19 (mese 2 – giorno 10) #iorestoacasa
Statue lignee, Palazzo Lanfranchi, Matera
Dal 2003 il Palazzo secentesco Lanfranchi, nato come seminario diocesano, ospita il Museo nazionale d’arte medievale e moderna della Basilicata che si articola in tre sezioni: Arte sacra, Collezione di pittori del sei-settecento prevalentemente di scuola napoletana, Arte Contemporanea con ampia sezione dedicata a Carlo Levi. Oggi quattro statue lignee della sezione Arte sacra che coprono il periodo dal duecento a settecento.
Visite virtuali al tempo del COVID-19 (mese 2 – giorno 11) #iorestoacasa
Palazzo Lanfranchi, Matera: Collezione d’Errico
Giuseppe Bonito (1707-1789): Giovane contadina
La collezione d’Errico, nella sezione “Collezionismo”, comprende una selezione di tele di scuola napoletana databili tra Seicento e Settecento tra cui appunto Giuseppe Bonito, appartenenti all’Ente Morale Camillo d’Errico di Palazzo San Gervasio, fondamentale testimonianza di collezionismo privato in Basilicata. A questi bisogna aggiungere un limitato numero di dipinti dell’Ottocento, per la maggior parte ritratti, genere diffuso nel variegato panorama della pittura risorgimentale e post-unitaria, tra cui Luigi Stanziani.
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