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Frattali 2. Visite Virtuali al tempo del COVID-19 (giorni 15-28)
Dall’8 marzo, viste le restrizioni di movimento man mano intensificatesi, giornalmente ho postato su facebook una o più foto tratte dall’archivio digitale dei miei viaggi degli ultimi anni. Un modo per riguardare e richiamare alla mente – e agli occhi – luoghi e artisti che avevo apprezzato o che mi avevano comunque colpito; nel contempo, ai tempi del #iorestoacasa, una modalità per tener aperti i contatti con i miei amici digitali. Frattali di bellezza e pertanto di speranza.
Di seguito la terza e quarta settimane di fotografie con i testi (didascalie e talvolta qualcosa di più) e i link che le accompagnavano.
Visite virtuali al tempo del COVID-19 (15)
In questa terza settimana di (ri)visite virtuali mi sposto a Firenze. D’obbligo la visita alla Galleria degli Uffizi e, oltre alle opere più note, mi ha colpito questo ritratto femminile di Piero del Pollaiolo, come dice la didascalia del museo (per altri è opera del fratello Antonio). 1475 circa
Visite virtuali al tempo del COVID-19 (16)
Boccaccio Boccaccino (Ferrara 1468 c. – Cremona 1525): Zingarella (1504-1505)
Sempre alla Galleria degli Uffizi, proseguo con ritratti femminili.
La didascalia annessa tra l’altro riporta:
“Proveniente dalla collezione del Cardinal Leopoldo de’ Medici, faceva parte della quadreria di Palazzo Pitti … Il pittore è tra i protagonisti della pittura cremonese dell’inizio del Cinquecento, introducendovi elementi naturalistici derivati dalla pittura veneta.”
Visite virtuali al tempo del COVID-19 (17)
Jean-Étienne Liotard (Ginevra 1702-1789): Ritratto detto di Maria Adelaide di Francia vestita alla turca
Firenze – Galleria degli Uffizi. Didascalia:
“L’opera è entrata nelle collezioni della Galleria degli Uffizi nel 1932.
Un’iscrizione posta sul retro del dipinto permette di identificare la protagonista con Maria Adelaide, figlia di Luigi XV e sorella di Luisa Elisabetta, duchessa di Parma. Liotard, ritrattista di origine svizzera ma di formazione francese, visse a Costantinopoli e a Vienna e ritrasse spesso personaggi in costume esotico”.
Visite virtuali al tempo del COVID-19 (18)
Agnolo Bronzino (Firenze 1503-1572): Il doppio ritratto del nano Morgante (ante 1553)
Sempre agli Uffizi, cambio genere; un’opera (fronte e retro) e un soggetto particolare: forse il più famoso nano di corte, rappresentato anche da altri artisti come il Giambologna.
“Il Bronzino ritrasse per Cosimo I de’ Medici il nano Morgante «ignudo e tutto intero», su due lati della stessa tela (Vasari), eseguita in relazione con la disputa, promossa da Varchi, su quale arte fosse più importante. Contro i sostenitori della scultura Bronzino intese affermare con questo dipinto la capacità del pittore di rappresentare contemporaneamente più lati di una figura. Agnolo dichiara così il predominio della pittura, la quale, non solo offre due vedute del nano, ma anche raffigura lo scorrere del tempo: sul fronte la caccia comincia, sul retro è conclusa”.
Visite virtuali al tempo del COVID-19 (19)
Michelangelo Merisi da Caravaggio, Scudo con testa di Medusa, olio su tela, tra il 1595 e il 1598, Galleria degli Uffizi.
Nel giorno 19 del Covid-19 mi sembra appropriata questa testa che pietrifica e che Perseo sconfisse con l’intelligenza e, come ricorda Calvino, “con la leggerezza”.
Il mito di Medusa riletto da Italo Calvino (“Saggio sulla Leggerezza” – Lezioni americane):
“Presto mi sono accorto che tra i fatti della vita che avrebbero dovuto essere la mia materia prima e l’agilità scattante e tagliente che volevo animasse la mia scrittura c’era un divario che mi costava sempre più sforzo superare. Forse stavo scoprendo solo allora la pesantezza, l’inerzia, l’opacità del mondo: qualità che s’attaccano subito alla scrittura, se non si trova il modo di sfuggirle. In certi momenti mi sembrava che il mondo stesse diventando tutto di pietra: una lenta pietrificazione più o meno avanzata a seconda delle persone e dei luoghi, ma che non risparmiava nessun aspetto della vita. Era come se nessuno potesse sfuggire allo sguardo inesorabile della Medusa. L’unico eroe capace di tagliare la testa della Medusa è Perseo, che vola coi sandali alati, Perseo che non rivolge il suo sguardo sul volto della Gorgone ma solo sulla sua immagine riflessa nello scudo di bronzo. Ecco che Perseo mi viene in soccorso anche in questo momento, mentre mi sentivo già catturare dalla morsa di pietra, come mi succede ogni volta che tento una rievocazione storico-autobiografica. Meglio lasciare che il mio discorso si componga con le immagini della mitologia. Per tagliare la testa di Medusa senza lasciarsi pietrificare, Perseo si sostiene su ciò che vi è di più leggero, i venti e le nuvole; e spinge il suo sguardo su ciò che può rivelarglisi solo in una visione indiretta, in un’immagine catturata da uno specchio. Subito sento la tentazione di trovare in questo mito un’allegoria del rapporto del poeta col mondo, una lezione del metodo da seguire scrivendo. Ma so che ogni interpretazione impoverisce il mito e lo soffoca: coi miti non bisogna aver fretta; è meglio lasciarli depositare nella memoria, fermarsi a meditare su ogni dettaglio, ragionarci sopra senza uscire dal loro linguaggio di immagini. La lezione che possiamo trarre da un mito sta nella letteralità del racconto, non in ciò che vi aggiungiamo noi dal di fuori. Il rapporto tra Perseo e la Gorgone è complesso: non finisce con la decapitazione del mostro. Dal sangue della Medusa nasce un cavallo alato, Pegaso; la pesantezza della pietra può essere rovesciata nel suo contrario; con un colpo di zoccolo sul Monte Elicona, Pegaso fa scaturire la fonte da cui bevono le Muse. In alcune versioni del mito, sarà Perseo a cavalcare il meraviglioso Pegaso caro alle Muse, nato dal sangue maledetto di Medusa. (Anche i sandali alati, d’altronde, provenivano dal mondo dei mostri: Perseo li aveva avuti dalle sorelle di Medusa, le Graie dall’unico occhio). Quanto alla testa mozzata, Perseo non l’abbandona ma la porta con sé, nascosta in un sacco; quando i nemici stanno per sopraffarlo, basta che egli la mostri sollevandola per la chioma di serpenti, e quella spoglia sanguinosa diventa un’arma invincibile nella mano dell’eroe: un’arma che egli usa solo in casi estremi e solo contro chi merita il castigo di diventare la statua di se stesso. Qui certo il mito vuol dirmi qualcosa, qualcosa che è implicito nelle immagini e che non si può spiegare altrimenti. Perseo riesce a padroneggiare quel volto tremendo tenendolo nascosto, come prima l’aveva vinto guardandolo nello specchio. È sempre in un rifiuto della visione diretta che sta la forza di Perseo, ma non in un rifiuto della realtà del mondo di mostri in cui gli è toccato di vivere, una realtà che egli porta con sé, che assume come proprio fardello. Sul rapporto tra Perseo e la Medusa possiamo apprendere qualcosa di più leggendo Ovidio nelle Metamorfosi. Perseo ha vinto una nuova battaglia, ha massacrato a colpi di spada un mostro marino, ha liberato Andromeda. E ora si accinge a fare quello che ognuno di noi farebbe dopo un lavoraccio del genere: va a lavarsi le mani. In questi casi il suo problema è dove posare la testa di Medusa. E qui Ovidio ha dei versi (IV, 740-752) che mi paiono straordinari per spiegare quanta delicatezza d’animo sia necessaria per essere un Perseo, vincitore di mostri:
“Perché la ruvida sabbia non sciupi la testa anguicrinita (anguiferumque caput dura ne laedat harena), egli rende soffice il terreno con uno strato di foglie, vi stende sopra dei ramoscelli nati sott’acqua e vi depone la testa di Medusa a faccia in giù”.
Mi sembra che la leggerezza di cui Perseo è l’eroe non potrebbe essere meglio rappresentata che da questo gesto di rinfrescante gentilezza verso quell’essere mostruoso e tremendo ma anche in qualche modo deteriorabile, fragile. Ma la cosa più inaspettata è il miracolo che ne segue: i ramoscelli marini a contatto con la Medusa si trasformano in coralli, e le ninfe per adornarsi di coralli accorrono e avvicinano ramoscelli e alghe alla terribile testa. Anche questo incontro d’immagini, in cui la sottile grazia del corallo sfiora l’orrore feroce della Gorgone, è così carico di suggestioni che non vorrei sciuparlo tentando commenti o interpretazioni. Quel che posso fare è avvicinare a questi versi d’Ovidio quelli d’un poeta moderno, Piccolo testamento di Eugenio Montale, in cui troviamo pure elementi sottilissimi che sono come emblemi della sua poesia (“traccia madreperlacea di lumaca o smeriglio di vetro calpestato”) messi a confronto con uno spaventoso mostro infernale, un Lucifero dalle ali di bitume che cala sulle capitali dell’Occidente. Mai come in questa poesia scritta nel 1953, Montale ha evocato una visione così apocalittica, ma ciò che i suoi versi mettono in primo piano sono quelle minime tracce luminose che egli contrappone alla buia catastrofe (“Conservane la cipria nello specchietto quando spenta ogni lampada la sardana si farà infernale…”). Ma come possiamo sperare di salvarci in ciò che è più fragile? Questa poesia di Montale è una professione di fede nella persistenza di ciò che più sembra destinato a perire, e nei valori morali investiti nelle tracce più tenui: “il tenue bagliore strofinato laggiù non era quello d’un fiammifero”. Ecco che per riuscire a parlare della nostra epoca, ho dovuto fare un lungo giro, evocare la fragile Medusa di Ovidio e il bituminoso Lucifero di Montale. È difficile per un romanziere rappresentare la sua idea di leggerezza, esemplificata sui casi della vita contemporanea, se non facendone l’oggetto irraggiungibile d’una quête senza fine.”
Un’altra interessante lettura sul blog La misura delle cose: “O mostro, o Gorgone, o Medusa, o Sole”.
Visite virtuali al tempo del COVID-19 (20) #iorestoacasa
Michelangelo Merisi da Caravaggio, Bacco (1596-1597). Galleria degli Uffizi
“Di quel glorioso figlio di Semele, sì, di Dioniso
narrerò come apparve presso la spiaggia del limpido mare,
su uno sperone della costa. Di un giovine imberbe aveva
appena assunto la forma: stupende gli ondeggiavano le nere chiome
lucenti; sopra le robuste spalle indossava un manto purpureo.”
(Inno a Dioniso. Inni omerici, VII)
“Il nostro signore Dioniso è spesso chiamato dai teologi Enos (vino), dall’ultimo dei suoi doni …”
“Tutto fece Zeus padre, ma Bacco lo portò a compimento”
“Dioniso è origine della purificazione; per questo è il dio redentore, e Orfeo dice:
«Gli uomini perfette ecatombi faranno in tutte le stagioni dell’anno, e celebreranno i misteri, desiderosi di purificare iniqui antenati; ma tu (Dioniso), comandando su questi, quelli che vuoi, li libererai dai mali terribili e da passioni infinite».”
(Frammenti orfici, 190, 191, 202)
Visite virtuali al tempo del COVID-19 (21) #iorestoacasa
Francesco Mosca detto Il Moschino (Firenze 1531 – Pisa 1578): Diana e Atteone (ante 1565)
Firenze, Museo Nazionale del Bargello
Il mito della trasformazione del cacciatore Atteone in Cervo, e poi sbranato dai suoi stessi cani, per aver visto Artemide nuda mentre faceva il bagno con le sue ancelle, è narrato da Ovidio nelle “Metamorfosi” (Libro III, vv. 138-259). Mito rappresentato, sin dall’antichità, da numerosi artisti. In età moderna ad esempio abbiamo il Sodoma, Tiziano, Rubens, Tiepolo; nella scultura possiamo ricordare la scenografica rappresentazione in due gruppi che si staglia ai lati della fontana in fondo al viale della Reggia di Caserta. (Tommaso Solari e altri). Qui abbiamo un altorilievo in marmo, opera denominata anche ““Diana al bagno con le ninfe che converte Atteone in cervo”, e firmata: “Opus Francisci Moschini Florentini”.
Visite virtuali al tempo del COVID-19 (22) #iorestoacasa
Telemaco Signorini (Firenze 1835-1901): Riomaggiore
Firenze, Palazzo Pitti
L’opera non è datata. Signorini tornò più volte a Riomaggiore dopo la sua prima visita nel 1860 e vi soggiorno per alcuni periodi, in particolare fra il 1892 e il 1897; attratto dalla particolare luminosità di quelle terre, molti sono i suoi dipinti che ne ritraggono scorci, vedute, abitanti. Da una guida online delle Cinque Terre riporto il passo a lui dedicato.
“Vi era chi, di Riomaggiore, non ne sapeva neppure il nome, prima che Telemaco Signorini avesse cominciato ad esporre a Firenze, a Venezia, a Londra, a Parigi.
Nel 1860, quando Telemaco Signorini, attratto dall’estetica del pittoresco, scoprì Riomaggiore, non immaginava certo che avrebbe regalato a questo borgo, nato e cresciuto in una piega della roccia, uno dei più attraenti certificati di nascita: quello dell’arte.
C’è un aneddoto poco noto: Signorini vide un giorno in una piazza di Spezia, in cui si teneva il mercato, alcune donne vestite in modo differente dalle altre. Gli dissero che erano di Riomaggiore e Signorini decise di andarvi per dipingerle e conoscerle sul posto. Non esisteva ancora la ferrovia che fu aperta quattordici anni dopo, esattamente il 4 agosto 1864. L’artista fiorentino vi arrivò attraverso i monti e non fu accolto troppo bene, anzi la gente del luogo si rintanò nelle case e quasi scomparve. Ma lui non si perse d’animo e cominciò egualmente a dipingere le case di Riomaggiore e le sue donne.
Dopo qualche mese passatovi ad intervalli, dal 1892 al 1897 si stabilì in una casa situata nei pressi della chiesa di San Giovanni, con una terrazzina affacciata sul borgo e sul mare. Su quella terrazza Signorini dipinse diversi quadri, quello con la veduta della chiesa, tra gli altri. Del borgo poi illustrò ogni angolo.
L’amore di Signorini per Riomaggiore è raccolto in queste tele che il macchiaiolo dipinse ispirandosi a questo paesaggio, irripetibile e mutevole, e alle figure più caratteristiche che lo animavano. Nelle pennellate larghe, dense di colore, nel gioco delle luci e delle ombre, nel disegno sicuro e nel mirabile taglio delle prospettive, c’è tutta l’anima, la luce, la scenografia del borgo con quell’impianto verticale, che solo Signorini sapeva vedere e interpretare: ci sono le case e le rocce, il sole e il mare, le vigne e gli olivi, le strade e le piazze.
Il grande «macchiaiolo», è ancora vivo qui, presente, in quella casa ove abitò durante i suoi soggiorni, sulla cui facciata è stata murata una lapide che lo ricorda.”
Visite virtuali al tempo del COVID-19 (23) #iorestoacasa
Ruggero Focardi (Firenze 1864 – Livorno 1934): Vita campagnola (1894)
Rimaniamo oggi a Palazzo Pitti con un altro rappresentante – meno conosciuto – dei macchiaioli fiorentini. Di Telemaco Signorini, che lo aveva scoperto e valorizzato, subì l’influenza e ne divenne amico.
Visite virtuali al tempo del COVID-19 (24) #iorestoacasa
Alberto Savinio (Atene 1891 – Roma 1952): Atto II quadro primo e Atto III, attrezzeria scenica: carro di Armida per Armida di G. Rossini (1952)
Firenze, Museo Novecento (C/o antico Ospedale di San Paolo – Scuole Leopoldine)
Albero Savinio fu musicista, scrittore, pittore, scenografo, regista teatrale. Nel 1952, per il Maggio fiorentino, mette in scena l’Armida di Rossini interpretata dalla Callas. Opera poco nota del repertorio rossiniano: una storia di magia, amore e vendetta che si rifà ad un personaggio della Gerusalemme Liberata. Savinio morirà in quello stesso anno.
ARMIDA: (scene finali)
“Amor… con quel sospiro / Perché il mio sdegno affreni?…
Forse spietato sei, / Sebben tu piangi, Amor.
(Verso la Vendetta).
Forse pietade è in lei / Cinta benché d’orror.
(Pensa alquanto, poi corre alla prima larva).
È ver… gode quest’anima / In te, fatal Vendetta.
Da me repente involati / Perfido Amor; t’affretta.
(Sparisce la larva dell’ Amore).
Se al mio poter, voi Furie, / Sorde non siete ancor,
Ad inseguir traetemi / Un empio, un traditor.
SCENA ULTIMA
Coro di demoni, recando il carro d’Armida / tirato da draghi.
CORO
Paga sarai.
ARMIDA
Distrutto / Tutto qui resti, tutto.
(I demoni, armati di faci, eseguiscono,
e la scena ritorna nel primo orrore).
ARMIDA e CORO
S’altro non può, l’Averno/ T’ispiri il suo furor.
(Armida ascende il carro e s’innalza a
volo tra i globi di fiamme e di fumo.
Cala il sipario).
F I N E
Visite virtuali al tempo del COVID-19 (25) #iorestoacasa
Giorgio de Chirico (Volos 1889 – Roma 1978): Les Bains Mysterieux (1934-1936 circa).
Oggi restiamo ancora al Museo Novecento di Firenze, con un’opera del fratello di Savinio, il più famoso De Chirico; opera che si può riconnettere più al suo “periodo enigmatico” che a quello metafisico. Si collega a una serie di litografie rappresentanti cabine, vasche e bagnanti curate per il volume “Mythologie” di Jean Cocteau. Racconta lui stesso come gli era venuta quell’ispirazione: «l’idea dei bagni misteriosi mi venne una volta che mi trovavo in una casa ove il pavimento era stato molto lucidato con la cera. Guardai un signore che camminava davanti a me e le di cui gambe riflettevano nel pavimento. Ebbi l’impressione che egli potesse affondare in quel pavimento, come in una piscina, che vi potesse muoversi e anche nuotare. Così immaginai delle strane piscine con uomini immersi in quella specie di acqua-parquet, che stavano fermi e si muovevano…».
Il tema dei “Bagni misteriosi” sarà poi ripreso in forma scultorea a Milano con un suo progetto in dodici opere e realizzato da Giulio Macchi nel 1973 per la manifestazione “Contatto Arte/Città” della 15° Triennale e collocato, “per la gioia dei cittadini”, nel parco Sempione all’interno della fontana. Deteriorato per vandalismi, il complesso fu restaurato tra il 2001 e 2019 e le statue originali collocate al Museo del Novecento dell’Arengario, mentre al Parco Sempione sono state collocate delle copie.
Visite virtuali al tempo del COVID-19 (26) #iorestoacasa
Riccardo Dalisi (Potenza 1931)
Cinque foto dalla mostra “Idee in Volo” a cura di Cintya Concari e Roberto Marcatti
Must – Museo Storico Città di Lecce, 2016
Mirare a Lecce la Caffettiera napoletana progettata da un designer di Potenza e realizzata a Omegna da Alessi: un link mentale e visuale pluridimensionale. Bellissime le sue giocose opere di latta ecocompatibili.
Dalla presentazione biografica all’interno della mostra riporto questo passo:
“Da sempre impegnato nel sociale (resta fondamentale l’esperienza del lavoro di quartiere con i bambini del Rione Traiano, con gli anziani della Casa del Popolo di Ponticelli e negli ultimi anni l’impegno con i giovani del ione Sanità di Napoli), ha fondato l’Università di strada, l’associazione Semi di Laboratorio e ha promosso il “Premio Compasso di Latta”, iniziativa per una nuova ricerca nel campo del design nel segno del sostegno umano, della eco-compatibilità e della decrescita”
Riporto anche la presentazione a suo tempo diffusa dal sito di Architettura e design “Floornature”.
«Il Museo Storico della Città di Lecce presenta una mostra dedicata all’attività di Riccardo Dalisi, architetto, scultore, pittore, designer. L’opera dell’architetto/artista napoletano è un’occasione per riflettere su temi attuali come riciclo, decrescita e eco-compatibilità.
Temi alla base del lungo lavoro di ricerca di Riccardo Dalisi ben prima che “diventassero di moda”, e che hanno dato luogo ad opere dal “design povero” ottenute lavorando materiali comuni con abilità artigiana ma dall’alto valore sociale e politico.
Basti pensare alla ricerca sulla caffettiera napoletana iniziata per Alessi nel 1979. Un lavoro che ha generato una serie di prototipi – sculture in cui si fonde arte e design e che portò Dalisi a collaborare con lattonai e ramaioli di Rua Catalana a Napoli. La lunga ricerca dell’architetto-artista ha trasformato la caffettiera nell’icona di “un’opera buffa del design” ed è stato premiato con il Compasso d’Oro nel 1981. Proprio il Premio Compasso d’Oro, ma stavolta, alla Carriera è l’ultimo riconoscimento in ordine di tempo ricevuto dall’architetto-artista nel 2014.» (Agnese Bifulco)
Visite virtuali al tempo del COVID-19 (27) #iorestoacasa
Mauro Manieri (Lecce 1687 – 1744): Palazzo Marrese, Piazzetta I Falconieri, Lecce.
Il Barocco leccese con la sua pietra calcarea dorata e friabile, segnata in modo irregolare dal tempo che in qualche modo alleggerisce uno stile altrove più greve, non contrassegna solo le chiese e i monumenti più noti ma lo si ritrova su palazzi e balconi per le vie del centro. Una poesia reperita online celebra questo materiale naturalmente “povero” e artisticamente virtuoso:
«Neglette, e quasi molli in ampia massa,
le pietre a Lecce crea l’alma Natura:
ma poiché son rescise, in loro passa
virtute, che le pregia, e che l’indura:
mirabili a vederle, ò se vi si lassa
scelti lavor la dedala scultura,
ò se ne fanno i dorici Architetti
gran frontespitij con superbi aspetti.»
(Ascanio Grandi, I fasri sacri, 1635
Visite virtuali al tempo del COVID-19 (28) #iorestoacasa
Bari, Teatro Petruzzelli
Bellissima opera voluta, progettata e portata a termine nel 1903 dalla famiglia omonima e dai loro parenti Messeni che ne ereditarono la proprietà. Ha ospitato i maggiori rappresentati dei diversi generi dello spettacolo: lirica, balletto, concertistica, commedia, musical, ecc.; simbolo della grande cultura del nostro paese e allo stesso tempo dei suoi misteri. Per un incendio doloso avvenuto nella notte del 26 ottobre 1991 il teatro restò chiuso per 18 anni prima di esser riaperto al pubblico nel 2009 dopo lunghi lavori di ricostruzione. I diversi processi hanno individuato e condannato uno dei responsabili materiali ma non i mandanti e la vicenda, con i motivi mai pienamente chiariti del dolo e del ruolo della cosche criminali, con le modalità della sua ricostruzione e con il passaggio controverso di proprietà al Comune di Bari che ne è seguito, è ancora oggi oggetto di polemiche e sospetti. Una vicenda tutta italiana.
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