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La Stella Alpina

14 gennaio 2020

Tra le carte di famiglia ho rinvenuto questa tesina universitaria di venticinque anni fa. Oggi è possibile “sfogliare” online tutta la collezione de “La Stella Alpina” all’interno de I giornali alla macchia e questo lavoro può esser lo stimolo per una lettura approfondita di questo come di altri giornali clandestini della Resistenza. Per “un ritorno alle fonti” o anche semplicemente per rivivere in diretta, al di là delle mediazioni, lo spirito di quei tempi.

Ringrazio le autrici per l’autorizzazione alla pubblicazione (go).

 

LA STELLA ALPINA

Giornale clandestino della Resistenza

In Valsesia e nel Verbano Cusio Ossola [1]

di Beatrice Ruffini e Valentina Ottolini

COME NASCE”LA STELLA ALPINA”

Quando nella primavera e inizio estate del 1944 le formazioni Garibaldine della Valsesia, dopo la fase di rastrellamenti in­vernali conclusasi con il gran rastrellamento dell’inizio di aprile, avviano quella liberazione che si spingerà poi fino a Romagnano, già parecchie tipografie collaborano alla resistenza stampando volantini e manifesti clandestini; comincia allora a farsi più forte la necessità di un vero e proprio giornale con uscite più o meno regolari che diventi portavoce delle formazio­ni garibaldine operanti in Valsesia, nel Cusio, nell’Ossola e nel Verbano.

L’idea di mettere in atto il giornale viene al capitano Ciro (Eraldo Gastone) durante la sua permanenza presso il 1° Comando partigiano organizzato su base

                “Ciro” Gastone

militare a Foresto Sesia. La si­tuazione in Valsesia però si capovolge a causa dello scarso ar­mamento e l’idea del giornale deve essere temporaneamente abban­donata.

L’iniziativa viene ripresa dopo il trasferimento del Comando Operativo a Valduggia, località ideale per la sua immagine di paese tranquillo che non desta sospetti e nello stesso tempo in posizione strategica per la sua collocazione a due passi dai centri più abitati della bassa Valsesia (Borgosesia, Serravalle, Grignasco) e lungo l’itinerario che porta al passo della Cremosina che consente il rapido accesso al Cusio (S. Maurizio d’Opaglio, Omegna) e al Borgomanerese (Gozzano, Borgomanero).

Così scrive Moscatelli:

Nella Valsesia e nella Valdossola le condizioni per condurre la guerra partigiana nel complesso erano più favorevoli nella media valle e nella pianura novarese che non in montagna. (…)

In primavera, anche come conseguenza della ripercussione dell’avanzata degli alleati, i Comandi partigiani si orientano a portare la lotta in pianura. Il Comando della VI Brigata decide di spostarsi a valle sia per essere più vicino a quella che sarebbe diventata la zona di operazione, sia per la necessità di trovare sistemazione in una località che non sia più nota a tutti, e che non finisca, quindi, per essere sempre l’obiettivo principale del nemico. Sistemando il Comando in zona avanzata, verso i centri dove l’attività partigiana sarebbe diventata presto molto intensa, si poteva garantire la sua sicurezza più con misure di vigilanza che non col numero di partigiani posti a sua difesa, assicurando il suo collegamento con i reparti mediante un regolare servizio di staffette e lo spostamento continuo dei suoi membri verso le formazioni.

Il Comando della VI Brigata viene spostato a Valduggia nella casa di Angelo Zanotti, un vecchio cascinale ai margini del pae­se che diviene luogo di riunione con i comandanti delle diverse formazioni.

Valduggia, tranquillo e industrioso comune di circa tremila abitanti, incassato nella valle omonima, fu dapprima un nido, un rifugio, per diventare in breve tempo la cittadella dei parti­giani anche se le sue case antiche, le sue nitide chiese, le graziose frazioni sperdute tra le verdi serenità dei boschi, vi conferivano un aspetto quanto mai innocente e pacifico.

A pochi chilometri dalla carrozzabile e dal forte presidio fascista di Borgosesia, controllata pure dal presidio tedesco di Gozzano, Valduggia condusse per più di un anno una intensa, si­lenziosa e ininterrotta vita garibaldina. Vi si stabilì la sede non soltanto del Comando, ma dei servizi, le stazioni radio, l’ospedale, la sartoria, il calzaturificio dei fratelli Barlas­sina, i magazzini, i depositi e più tardi persino la tipografia Stella Alpina.[2]

Lo stesso Capitano Ciro prende parte all’edizione del gior­nale insieme al Commissario Politico Cino (Vincenzo Moscatelli) e ad un gruppo di giovani collaboratori fra cui Pino, il Capo Redattore e Adolfo il tipografo. “La Stella Alpina” vede così la luce il 12 ottobre 1944 con il suo numero 1, anno I, portante la data del 15 ottobre 1944. Essa prende spunto da giornali prove­nienti da Milano quali “Il Combattente“, “L’Unità” e “La nostra lotta“.

Non mancava probabilmente una certa emulazione con le forma­zioni garibaldine del Biellese che dal 1° settembre erano uscite con il loro organo “La Baita“, giornale che diventerà successi­vamente portavoce di tutte le formazioni partigiane del Biel­lese.[3]

La scelta del nome “Stella Alpina” e del corrispondente sim­bolo non è stata difficile: il fiore, da sempre considerato em­blema delle Alpi, dei montanari e degli alpini, era anche il contrassegno dei garibaldini della zona.

La «Stella Alpina» metallica o ricamata era cucita come mo­strina di riconoscimento sulle divise dei garibaldini di quelle valli; ora diventava anche il titolo del loro giornale, simbolo di forza e di resistenza, incitamento a nuove audacie, alla con­quista di più alte vette per la libertà.

«Baita» e «Stella Alpina» erano una necessità non soltanto per i partigiani combattenti ma per le popolazioni delle zone liberate…[4]

Il lavoro editoriale risulta particolarmente difficile sia per la mancanza di fondi che per l’utilizzo di caratteri tipici di una piccola tipografia, gli unici a disposizione; senza di­menticare naturalmente i problemi legati alla condizione stessa di clandestinità.

Dice Angelo Zanotti, l’organizzatore del sistema di sicurezza del Comando segreto di Valduggia:

“…un sotterraneo bene attrezzato, con macchine da scri­vere, radio e tutto, insomma un posto tranquillo. (…) Era una casa che chiunque avesse potuto anche entrare lì, se era chiuso non potevano vedere niente; come dove avevo il magazzino, dove tenevo i materiali, i giornali per la distribuzione, che l’avevo sotto terra: si tirava su una botola e lì sotto poi c’era una sala molto lunga, con degli scaffali; poi sopra questa botola veniva sparso un po’ di terra, un po’ di sabbia, che non si ve­deva proprio niente insomma. (…)

D.: In tipografia avete mai avuto delle difficoltà?

R.: No, si stampava tranquillamente. C’era già prima questa tipografia dei fratelli Tosalli a Valduggia. Era sicura. La not­te in cui si stampava i giornali si raddoppiava la sorveglianza. La sorveglianza [veniva fatta] molto da lontano, che si arrivava quasi a metà strada tra Valduggia e Borgosesia, e poi così anche dalle altre parti, di modo che si facesse in tempo a fare spa­rire tutta la roba che fosse stata in macchina.[5]

Il principale problema da affrontare è comunque quello della distribuzione: bisogna far pervenire pacchi voluminosi e compro­mettenti alle brigate e alle divisioni da dove, a loro volta pervenivano rapporti, “giornali murali” e informazioni dal C.I.P. (Centro Informazioni e Polizia), oltre che le collabora­zioni dei vari scrittori sparsi nei diversi distaccamenti; a tutto questo intenso traffico provvede l’Ufficio di Smistamento diretto dallo stesso Angelo Zanotti. I collegamenti e il tra­sporto dei giornali viene garantito dalla preziosa collabora­zione di ragazze che riuscivano a passare inosservate ai posti di blocco tenendo nascoste le pile di giornali in borse e gerle ricoperte di verdure, fieno o magari di “funghi porcini”.

 

COME È ORGANIZZATA

La Stella Alpina” inizialmente è l’organo del Comando Unifi­cato delle Brigate Garibaldine della Valsesia, del Cusio, del­l’Ossola e del Verbano comandate da Cino Moscatelli. Successiva­mente diventerà l’organo di tutte le formazioni (Volontari della Libertà). Come “Direttore Responsabile”, nonostante la condi­zione di clandestinità, si è comunque firmato lo stesso Moscatelli.

Essa fa parte del complesso panorama della stampa delle For­mazioni Garibaldine (si contano almeno 100 giornali) facilmente riconducibile ad una tematica unitaria per il rapporto più co­stante delle formazioni locali con la direzione centrale e per una maggiore circolazione della stampa di partito. In realtà questo tipo di pubblicazione è principalmente opera dei Commis­sari Politici e dei Comandanti di Divisione che sono più pre­senti e attivi rispetto a quelli delle altre formazioni.

La Stella Alpina“, che continuerà ad uscire come settimanale di informazione anche nel dopoguerra, si presenta inizialmente come quindicinale a stampa di grande formato, quasi sempre di due pagine strutturato, tenendo conto delle condizioni di diffi­coltà sopra ricordate, con grande professionalità. Si distingue tipograficamente per le caratteristiche di una moderna testata locale.

Si rivolge in primo luogo ai partigiani combattenti, ma progressivamente presta attenzione al pubblico più vasto dei collaboratori, simpatizzanti e, quando la situazione lo consente, al­le popolazioni delle zone liberate. Afferma a questo proposito Domenico Tarizzo, distinguendo la stampa partigiana di montagna da quella di città:

E qui ci accostiamo intimamente al compito della stampa par­tigiana: compito vario e complesso, ma con un unico obiettivo fondamentale: l’avvio di un dialogo tra l’italiano oppresso dal fascismo, e un mondo di idee che nel frattempo ha continuato ad andare avanti.

Funzione della stampa militare tradizionale è di creare, o di contribuire a creare, uno spirito di corpo. Anche la stampa par­tigiana deve assolvere a compito analogo, ma mutato è il signi­ficato di «spirito di corpo», mutato è (in certi limiti) lo sti­le, mutate sono le prospettive. (Per averne un’impressione abbastanza pertinente e sincronica, basta sfogliare uno dei do­cumenti non dico dell’altra parte della barricata, del nemico, ma dell’alleato, del fratello dall’altra parte del fronte, del Corpo Italiano di Liberazione di inquadramento monarchico-badogliano che risale l’Italia al fianco degli angloamericani). Per un foglio partigiano, il «corpo» è, almeno potenzialmente, l’intero popolo italiano: ed è questo pubblico che l’anonimo articolista ha sempre davanti agli occhi, più che i limiti so­vente angusti della propria Formazione. Qui è la svolta inedita, la novità. Date le condizioni precarie dell’arruolamento parti­giano, il patto di volontariato può essere infranto in ogni mo­mento, se solo vien meno lo slancio, la fiducia di contribuire a fare una storia d’Italia diversa. In particolare la stampa di montagna ha quindi la funzione di spiegare e approfondire i motivi di una scelta che poteva anche essere emozionale, fondata su un calcolo di sopravvivenza (sfuggire alla deportazione in Germania; sottrarsi alla leva fascista), o su un moto di subita­nea indignazione (ribellione alle violenze di tedeschi e fasci­sti).

Alquanto diversa la funzione della stampa di città, in genere più politicizzata, nel senso di una maggior interdipendenza dal pensiero dei partiti (…).” [6]

 

La funzione della “Stella Alpina” è pertanto quella di for­nire le direttive militari, gli articoli di informazione poli­tica spesso derivati dagli organi ufficiali di partito, e un’ampia informazione sulla guerra articolata in diverse rubri­che:

  •  Brigata degli eroi“: rubrica in evidenza grafica nelle cui colonne vengono elencati i nomi dei caduti con indicazione di data e luogo di nascita e del luogo, data e modalità del decesso. Contiene inoltre l’invito ai lettori a colla­borare fornendo notizie utili riguardo di episodi di eroi­smo ignorati.
  •  Bollettini di guerra“: comunicati periodici, indicati con numero progressivo, sullo svolgimento dettagliato, giorno per giorno e suddivisi per zona (Zona Valsesia, Zona Os­sola) delle operazioni militari emessi dalle sezioni del Comando Raggruppamento Garibaldino della Valsesia e Valdossola.
  • Giornali murali“: pubblicazione, a partire dal terzo nu­mero (15 novembre 1944), di estratti di giornali murali dei diversi reparti con lo scopo di portare a conoscenza del maggior numero di lettori questa iniziativa. Il fatto che molte formazioni vedano riportati o citati i propri giornaletti costituisce senza dubbio un incentivo per co­loro che non avevano ancora iniziato questa consuetudine.

 Sono ancora pochi, troppo pochi, i giornali murali nei no­stri reparti. Eppure, se interrogate un partigiano qualsiasi su qualunque argomento, ha sempre un sacco di cose da dire. Fuori, ragazzi, le vostre lamentele, la vostra critica, i vostri sugge­rimenti, i vostri consigli, i vostri pensieri! Fuori i vostri desideri, le aspirazioni, l’entusiasmo delle vostre battaglie, le fatiche dei servizi, la stanchezza delle lunghe camminate! Scrivete di voi, del vostro reparto, della vostra vita, dei vo­stri rapporti con le popolazioni. Dite a tutti le vostre neces­sità di lotta, il vostro amore per la patria, il vostro bisogno di libertà. Fate che in ogni reparto ci sia il vostro giornale murale a documentare la vostra volontà di vittoria e resurrezione.

Nelle nostre segnalazioni è di turno il «Giornale Murale n. 2» del II Btg. «Peppino» della 118a Brig. «Servadei». Questo foglio è uscito di sorpresa, senza il benestare del Comando di Brigata, quindi è merce di «contrabbando». (…)

«Gloria eterna agli eroi caduti per la patria» -Si scrive per Kurzkaia Megona, caduto nell’assalto al presidio di Borgosesia – «Ma tu hai fatto qualche cosa di più per la Tua Patria: hai insegnato ai partigiani il vero significato della, parola Patria».

Il partigiano Tito (il quale, tra parentesi, assicura di non essere il grande Capo dei Parti giani Jugoslavi) scrive con sen­timento nostalgico il raccontino «Notte in baita»; (…)”.[7]

 

Altra caratteristica importante della “Stella Alpina” è la sua funzione propagandistica attraverso la quale ci si rivolge al mondo civile in cerca di una sempre più vasta collaborazione e partecipazione. Azione resa ancora più incisiva dal tono enfatico degli articoli, soprattutto di quelli posti in prima pagina che oscillano tra l’articolo di fondo politico e il vero e pro­prio proclama che denuncia ed invita alla mobilitazione.

Il giornale, nato come “Organo del Comando Raggruppamento Garibaldino del Sesia – Cusio – Ossola e Verbano“, si qualifica, a partire dal n. 4, anno II del 21 marzo 1945, come il “Giornale dei Volontari della Libertà del Sesia – Ossola – Biellese“, diventando così rappresentante di un movimento più vasto sia sul piano territoriale, includendo il biellese, che politico e militare, rappresentando ora l’intero movimento partigiano.

 

“LA STELLA ALPINA” E LA “REPUBBLICA DELL’OSSOLA”

L’Ossola era stata liberata il 10 settembre 1944; viene for­mata una “Giunta Provvisoria amministrativa per la città di Do­modossola e territori liberati circostanti” (la cosiddetta “Re­pubblica dell’Ossola“) che dura trentacinque giorni fino al 14 di ottobre quando Domodossola viene rioccupata dai nazifascisti dopo quattro giorni di attacchi lungo le due direttici della Val Cannobina-Val Vigezzo e della Bassa Ossola.[8]

I partigiani, nel complesso circa duemila combattenti, cui si sono aggiunti

oltre duemila civili che in quelle settimane si erano parti­colarmente esposti per la loro impegnata attività politica e so­ciale nell’ambito di quella che il giornale nazista <Das Reich> del 3 novembre equiparava addirittura – evidentemente esage­rando – all’insurrezione di Varsavia[9]

sono costretti ad abbandonare la città. La Divisione “Valdossola” ripara col suo comandante (Superti) in Svizzera, la Divi­sione “Valtoce” dopo la morte del Comandante Di Dio si divide parte in Svizzera e parte in Ossola. La resistenza nella zona poteva comunque ancora contare di una forza di circa 1200 uomini: della Brigata “Battisti” della Divisione “Piave” e di squadre mobili della II Divisione “Garibaldi” ripiegate nelle valli tra l’Ossola, il Cusio e la Valsesia (Val Antrona, Val Strona).

Il primo numero della “Stella Alpina” compare il 15 ottobre 1944 nello stesso giorno in cui si riunisce a Premia per l’ulti­ma volta il Comando Militare Unificato dell’Ossola (CUZO)[10] in cui si decide di rinunciare alla strategia di difesa. Sui “Bol­lettini di guerra” del giornale vengono riportate sinteticamente tutte le azioni che riguardano l’occupazione dell’Ossola, la formazione del Governo provvisorio, i molteplici attacchi delle squadre partigiane con i corrispettivi successi e insuccessi fino all’inizio della riconquista nazifascista (attacco in Val Cannobina del 10 ottobre).

In risposta ad un giornale fascista che dopo la rioccupazione di Domodossola aveva ironizzato con il Governo Provvisorio, de­finendolo uno “staterello“, con un articolo intitolato “Ossola eroica, uno «staterello» che ci ha insegnato” pubblicato sul n. 3 del 15 novembre 1944, la “Stella Alpina” ricorda il ritorno dei fascisti ad ottobre elogiando il comportamento e la tenace difesa delle formazioni partigiane. Anche le sconfitte servono purché i capi militari e politici sappiano trarne insegnamento sul piano della capacità di guida tattica e strategica e nella azione politico amministrativa. In caso contrario

… non si potrà evitare che gli esponenti dei partiti si impongano a quella che invece deve essere espressione della vo­lontà popolare se tale volontà rimarrà per incuria un’espressio­ne soltanto. Indispensabile quindi è lo sviluppo delle Istitu­zioni democratiche (…) che porti alla superfice quelli che dovranno essere domani gli esponenti popolari veramente degni di tale nome per le intrinseche qualità che li distinguono.[11]

  Cino Moscatelli a Novara (30.04.45)

Si tratta evidentemente di una implicita critica alla espe­rienza politica del “Governo Provvisorio” che riflette, nel di­battito sulle zone libere, la posizione garibaldina e in parti­colare quella di Moscatelli, più favorevole ad una “guerra di movimento”.[12]

Sullo stesso numero a conferma di quanto sopra affermato è riportata una scaletta – promemoria di un Commissario Politico (Pron del 2° Battaglione, 10a Brigata, II Divisione) che costi­tuisce una sorta di programma politico di massima:

Attività politica – non basta l’entusiasmo – occorre formarsi una coscienza politica – rinfrancare e schiarire le proprie idee – non disgregarsi domani – difendere i programmi del popolo – perché combattiamo – la nostra libertà reale e non teorica come tante democrazie attuali – cenno alla democrazia svizzera – basta con le cricche – da sudditi a cittadini – partecipazione alla cosa pubblica – critica base fondamentale – combattere le ambizioni, gli arrivismi e le camorre – onestà e sincerità – non ricadere nel regio esercito“.[13]

 

“LA STELLA ALPINA” DURANTE LA LIBERAZIONE E NELL’IMMEDIATO DOPOGUERRA

La Liberazione è preannunciata da un numero doppio degli ini­zi di aprile datato “Pasqua 1945” che porta un grosso titolo:

INSORGI CHE È L’ORA!”

Si tratta di un vero e proprio appello alla mobilitazione generale militare e civile contro il nazifascismo:

“E’ l’ora! L’ora che da tanti mesi il popolo sta attendendo è per scoccare. La lotta durissima e sorda che ha voluto tanto sangue generoso sta per volgere decisamente al suo termine. I bruti d’oltralpe e i rinnegati interni hanno ormai i giorni con­tati, le ore contate: insorga unito tutto il popolo, per farla finita per sempre!

La Vittoria radiosa, la VITTORIA tutta maiuscola, perché fi­nalmente è la nostra, quella vera, quella giusta, quella del po­polo, sta d’innanzi a noi, ci tende le braccia. L’abbiamo tanto invocata in cento canti di battaglia e in mille azioni di lotta eroica! Ormai la stiamo per avere in pugno.

È l’ora decisiva per tutti quanti! L’ora che non consente indugi, che non ammette defezioni. (…)

Insorgi, ch’è l’ora! Dovete insorgere tutti come un sol uomo, insorgere in massa, con tutte le armi e con tutti i mezzi di lotta! Insorgere e far piazza pulita! (…)

Tutte le armi sono buone. E il popolo, nella sollevazione in massa, nell’azione simultanea, ha in mano i mezzi di lotta e le armi più efficaci. Non vi è più alternativa. Muoia il barbaro perché l’Italia possa vivere. (…)

Insorgi, ch’è l’ora! Col ferro e col fuoco nella lotta! Fac­ciamola finita con la Gestapo, le SS, le Brigate Nere!

Nelle officine e negli opifici si scioperi in massa. Fuori tutti contro i barbari! Tornino alla luce per i plufer e le ca­rogne fasciste i vecchi fucili e le rivoltelle nascoste, le bom­be a mano e i pugnali. Ogni arma è buona: anche un sasso, anche una roncola. Il nemico, ormai demoralizzato, deve essere bat­tuto! Non lasciamogli scampo!

I muri di tutte le case si riempiano di scritte:

È l’ora! È la fine!

Addosso ai plufer! Morte gli aguzzini fascisti!

Italiani, insorgete! 4 Novembre!

Tutti, tutti compiano il loro dovere. (…)[14]

Meno enfatico, ma forse più efficace un articoletto di fondo pagina intitolato “Vento d’aprile” probabilmente indirizzato più ai combattenti che alle popolazioni; lo riportiamo per intero.

 

“VENTO D’APRILE.

Ricordate le dure notti di quest’inverno? La neve cadde da dicembre a febbraio. Le strade bloccate, le scorte esaurite. Tre lunghi mesi di gelo, che non finivano mai. Per avere le muni­zioni, non c’era che d’andare a prendersele nei fortini nemici. La luna ti faceva un brutto servizio.

Ma stringemmo i denti e … la cintola. I tedeschi stavano al caldo ed a pancia piena con la roba rubata nei paesi; noi rial­zavamo il bavero e battevamo i piedi sulla neve per scaldarci.

Una vecchia canzone alpina saliva sui fuochi dei nostri ra­pidi bivacchi: Se avete fame, guardate lontano!

Ora tutto ciò è passato!

Sembra un sogno davvero, abbiamo vinto ancora! Tutto il Po­polo ci ha assistiti. Non c’è più bisogno di tante maglie, co­perte ce ne sono. Ci sono armi e munizioni. Le Brigate sono più forti che mai. Sono diventate un vero e proprio esercito, l’esercito della Libertà.

La fame, il terrore, il delitto hanno sollevato il Popolo delle città. Gli scioperi, le manifestazioni di strada, prelu­dono all’insurrezione generale ed aperta! I tedeschi lanciano all’attacco i loro «gorilla», pagati con denaro italiano, ma essi preferiscono ubriacarsi nei paesi e torturare gli inermi nelle prigioni.

Presto torneranno le foglie, e per tutti i bastardi, tutti gli oppressori e i rinnegati sarà finita! Come un impetuoso ven­to d’aprile scenderanno le belle Brigate per la battaglia defi­nitiva. Il nostro impeto è già furore!

Italiani, la finiremo presto con i cani bastardi. Avete la nostra parola!” [15]

             Anno II, n. 12 (13.05.1945)

Già dal 24 aprile 1945 “La Stella Alpina”, riportante la data del 20 aprile, viene resa pubblica ed esposta nelle edicole dove la gente accorre numerosa per averne almeno una copia; ma il primo numero da testata ufficialmente libera e non più clande­stina porta la data del 27 aprile, edizione dedicata interamente alla ormai completata liberazione d’Italia.

Naturalmente ora che non è più clandestino, alcune caratteri­stiche del giornale, già da questo numero, cambiano:

  • da quindicinale diventa settimanale;
  • a fondo pagina reca l’indirizzo della tipografia di Va­rallo Sesia che lo stampa;
  • c’è la possibilità di riceverlo per abbonamento ordinario annuo a L. 100;
  • le inserzioni possono essere fatte pagando L. 30 per riga;
  • aumenta il numero delle fotografie inserite grazie alla maggiore disponibilità di fondi (ad esempio la rubrica “Brigata degli Eroi” viene sostituita da “Martiri ed eroi” dove l’elenco dei nomi dei caduti è affiancato dalle loro fotografie).

Da qui in avanti il giornale avrà un numero sempre maggiore di lettori e la redazione si sposterà prima a Novara in Via Gau­denzio Ferrari 13 e successivamente, dal 1° luglio 1945, a Mi­lano, data la sua diffusione anche in Lombardia per il ritorno nei luoghi d’origine di molti partigiani e sfollati.

Dal 16 settembre le trasformazioni saranno tanto radicali che l’edizione sarà indicata come n. 1, anno I e la testata cambierà in quello di “La Squilla Alpina”, diventando da “Giornale dei Volontari per la Libertà” a “Settimanale Indipendente di Infor­mazioni Politiche, Economiche, Culturali e Sportive”, cambiando non tanto nella grafica quanto nei contenuti.

La testata “La Stella Alpina” verrà ripristinata nel febbraio del ’46 e il giornale continuerà ad essere pubblicato sino al 2 giugno 1950 come settimanale di informazione.

 

 

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[1] Tesina di “Storia contemporanea” all’interno del “Seminario sulla resistenza” condotto dal Prof. Pietro Angelo Lombardi. Università degli studi di Pavia, Anno Accademico 1995/96.

[2] P. SECCHIA – C. MOSCATELLI, Il Monte Rosa è sceso a Milano. La Resistenza nel Biellese nella Valsesia e nella Valdossola, Torino, Einaudi, 1958, pp. 223-224.

[3] “«Baita», uscita all’inizio come foglio della L Brigata «Nedo», diventò poi l’organo di tutte le formazioni partigiane biellesi. La «baita», caratteristica abitazione dei montanari delle Alpi piemontesi, con il suo odore caprigno, i suoi muri sconnessi fatti di legno o di roccia, dalle mille fessure dove il vento gelido penetra e si fonde col fumo denso del focolare, era stata il primo rifugio delle
schiere di giovani che saliti in montagna avevano trovato gli anziani a indicare loro la via del combattimento. La «baita» era stata il ricovero, la caserma, la fucina dove si erano formati i partigiani, nella baita avevano trovato il riposo dopo il combattimento, l’infermeria per curare le ferite, la scuola che aveva insegnato loro molte cose sempre tenute nascoste dal fascismo con l’inganno e la menzogna. Poi le baite erano state distrutte, incendiate dalla furia teutonica che tutto aveva travolto e rovinato nella stolta illusione di sterminare i patrioti; ma il loro nome tanto caro era rimasto nel cuore di ogni partigiano. La baita era il sogno del tetto natio, della famiglia lontana, l’aspirazione ad avere una casa, un avvenire, a
vivere finalmente in un Italia libera e rinnovata. Il primo numero di “«Baita» regolarmente stampato uscì il 1° settembre 1944, e fu per ogni combattente, e per le popolazioni stesse tra le quali veniva diffuso, un’altra prova che la vittoria era prossima, che il movimento partigiano non era più un insieme disordinato di bande, ma un vero esercito, con le sue armi, le sue bandiere, le sue divise, con i suoi martiri ed eroi, con la sua grande fede, ed ora anche con il suo giornale.” (P. SECCHIA – C. MOSCATELLI, cit., pp. 423-424).

[4] P. SECCHIA – C. MOSCATELLI, cit., p. 424.

[5] C. BERMANI, Pagine di Guerriglia. L’esperienza dei Garibaldini della Valsesia, Milano, Sapere Edizioni, 1971, pp. 542 – 547.

[6] D. TARIZZO, Come scriveva la Resistenza. Filologia della stampa clandestina 1943-45, Firenze, La Nuova Italia, 1969, pp. 6-7.

[7] “La Stella Alpina”, anno II, n. 5-6.

[8] La Repubblica dell’Ossola (aspetti militari) in AA.VV., Le zone libere nella Resistenza Italiana ed Europea. Relazioni e comunicazioni presentate al Convegno Internazionale di Domodossola. 25-28 settembre 1969, Istituto Storico della Resistenza in Provincia di Novara e in Valsesia, Novara 1974, pp. 147-162.

[9] M. PACOR, La Repubblica dell’Ossola (aspetti politici), in AA. VV., Le zone libere ecc. cit. pp. 163-178.

[10] In G. MAGGIA, cit., p. 162.

[11]La Stella Alpina” anno I, n. 3.

[12] Cfr. il capitolo “Pro e contro della «zona libera»”, in C. BERMANI, cit., pp. 499-526 e in particolare, sull’Ossola, pp. 517-519.

[13]La Stella Alpina“, anno I, n. 3.

[14] “La Stella Alpina”, Anno II, n. 5-6.

[15] Ibidem.

From → Contributi, Memoria

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