Tomassetti Cleonice, l’alchimista*
di Maria Minola
Sulla baita di Corte Bué in Val Grande, dove tu, Cleonice, nel giugno del ’44 hai trascorso la notte prima di essere catturata dai nazifascisti, è apposta una targa che riporta una poesia a te dedicata. Ti citiamo i commoventi versi finali: “… pura e benedetta come noi ti veneriamo, in silenzio, nostra cara, santa partigiana”. E lo sconcertante verso d’apertura “Non so se eri una peccatrice o un’allodola sul solivo…”.
Cara Nice, ti osserviamo nella fotografia che ti ritrae fiera regina sotto un’italianissima corona di ricci bruni e ti chiediamo di lasciare a noi donne la possibilità di renderti giustizia.
Entreremo in punta di piedi nell’anonimo capitolo della tua breve infanzia trascorsa nel nascondimento di un povero paese laziale, di una povera casa e di una famiglia in cui la sopraggiunta mancanza della madre l’ha resa ancor più povera negli affetti.
Prenderemo anche a prestito la risposta del ragazzo sconosciuto a cui, in seguito, chiederai di poterlo seguire per raggiungere la Val Grande. Te la ricordi, Nice? “Non è possibile, il posto dove vado non è un posto per donne!”
Ritorniamo pure ora nella tua casa paterna come modello di posto sicuro per le donne, quando, una volta richiusa la porta alle spalle, si chiude fuori il pericolo, il nemico, la guerra. Ma il tuo nemico non è fuori, è dentro, e tu, orfana dello sguardo vigile della tua mamma, non immagini neppure che abbia il volto della persona che più di ogni altra dovrebbe proteggerti. I maschi, che fanno i soldati, ci illustrano l’oscenità della guerra usando termini come sovvertimento, invasione, sottomissione, devastazione e annientamento. Noi chiudiamo gli occhi per non dover vedere tutto questo passare, nel silenzio della tua casa, sul e nel tuo corpo di giovanissima donna.
Ora sei tu che puoi spiegare ai maschi, che fanno i soldati, la mostruosità della guerra e, in aggiunta, anche i suoi effetti collaterali: profuga cerchi salvezza nell’anonimato della capitale, là dove, al servizio presso le belle dimore borghesi, la tua condizione di ragazzina che diventerà madre darà adito a giudizi malevoli e approcci volgari.
Cara Nice, compagna di viaggio di noi donne, se il luogo della nostra vita è il nostro corpo, ciò che ti rimarrà per sempre a ricordo della sua terribile invasione è un Piccolo Essere diventato subito un piccolo lutto.
Ti avevamo promesso giustizia, Nice, ma preferiamo lasciare parlare te, nel tuo dolce accento romanesco, perché nessuna nostra parola può aggiungere qualcosa a queste tue, pronunciate anni dopo davanti ai tuoi torturatori nei famigerati sotterranei di Villa Caramora, a Intra. Cambia lo scenario, uguale la sostanza.
“Se percuotendomi volete mortificare il mio corpo, è superfluo il farlo: esso è già annientato. Se invece volete uccidere il mio spirito, vi dico che la vostra opera è vana: quello non lo domerete mai”.
Carissima Cleonice, “gloriosa nella vittoria” – come sta a significare il tuo nome -, sei arrivata davanti al plotone di esecuzione, unica donna dei 43 martiri. La Bellezza potente del Femminile si esprime attraverso le tue ultime parole: “Viva l’Italia, viva la libertà per tutti”.
Ecco, è quell’aggiunta inaspettata “per tutti” che noi troviamo sublime. Con grande lucidità tu invochi libertà anche per chi la sottrae agli altri, per chi l’ha sottratta brutalmente a te e, soprattutto, per chi si crede libero e non sa di averla persa.
Come hai saputo trasformare il fango che ti circondava nel diamante della tua scelta libera, ora con questo grido trasformi il piombo che ti uccide in oro puro.
Cleonice Tomassetti, nostra partigiana, e alchimista.
* Anticipazione, concordata con l’autrice, della pubblicazione sul n. 1/2020 di Nuova Resistenza Unita, numero dedicato al protagonismo delle donne nella Resistenza.

Trackbacks & Pingbacks