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Sono razzista, ma …

25 Maggio 2019

Puntualizzato che qui sopra non manca un “non”, la prendo da lontano. Lontano nel tempo ma qui vicino. A Pallanza in via Cietti vi è Casa Moriggia, edificio storico trecentesco noto per il suo bel portale, i cortili colonnati e per il ciclo di affreschi quattrocenteschi dell’anonimo “Maestro di Casa Moriggia”. Meno noto è che in questa abitazione negli ultimi anni dell’ottocento avesse sede la redazione di un settimanale inizialmente titolato “La lotta. Giornale pallanzese” e, dal n. 20 del 1897, “L’Eguaglianza” con il sottotitolo “Giornale popolare del Verbano, del Cusio e dell’Ossola”. Lo dirigeva il prof. Alfredo Boggio, in quegli anni rettore del “Civico Convitto”. Giornale a tendenza liberal radicale (Cavallottiano si può dire) attento sia ai temi locali che a quelli nazionali, con una forte impronta laica.[1] L’editoriale dell’11 settembre 1898 è dedicato all’antisemitismo d’oltralpe e all’Affare Dreyfus; lo riporto per esteso.

 

L’odio di razza

da L’Eguaglianza, 11 settembre 1898

Oggidì, che un popolo come il francese, il quale si vanta di procedere alla testa del progresso civile, accecato da una bassa passione, cui tenta di larvare con la maschera di patriotismo, si dà a perseguitare gli Ebrei, e commette iniquità, cui esso medesimo non è guari condannava al vederle perpetrate in Russia, in Austria o in Germania, oggidì torna in acconcio qualche considerazione sull’odio ingiusto, che in molti cuori, anche di persone sedicenti assai religiose, cova latente, e non aspetta se non una occasione per ribollire e manifestarsi con tutta la bruttezza della sua forza, com’è avvenuto di là dalle Alpi.

Da qualunque lato lo si guardi, riesce incomprensibile il livore, che in tutti i popoli, ma specie in quelli professanti la religione cristiana, esiste contro la razza giudaica, livore che in differenti epoche della storia si è palesato con inique persecuzioni e vendette, le quali, se già indegne fra i barbari, sono un’onta ignominiosa, quando si veggono consumate da una società, che si millanta civilissima, da un popolo, che si pretende antesignano di ogni nobiltà.

Il povero Dreyfus (o veramente Dreifuss), che ora sembra aver fatto scoppiare la mima, è certamente un pretesto; il delitto, onde lo si accusa, forse imaginario, o non suo.  Tuttavia, quando pure il Dreyfus, nella sua qualità di ufficiale dell’esercito francese, lo avesse commesso, sarebbe stata questa una ragione per trascendere ad eccessi contro innocenti? Inferire contro tutta una razza per la colpa di un singolo individuo è inconcepibile mostruosità.

Che quanti, come il Zola, lo credono innocente cerchino di difenderlo e riabilitarli, nulla di più giusto ed umano; che il sindacato ebraico cooperi all’impresa, nulla di più naturale. Forse non fanno lo stesso, e a buon diritto, i Francesi, ove un loro concittadino sia in qualunque modo calpestato? Come censurare gli Ebrei perché compivano verso il Dreyfus, atrocemente condannato dopo un simulacro di giudizio illegale, uno dei più elementari doveri della giustizia umana?

Dunque nessun motivo, all’altezza della presente civiltà, spiega ed attenua la vergogna dell’antisemitismo, nome assurdo di cosa abbominabile, giacché Sem per avventura non è se non un mito biblico. Ma, quando pure sia stato un personaggio storico, il poveretto è proprio innocente di tutte le infamie, che gli si vogliono addossare. Ad ogni modo però, giacché perseguitano gli Ebrei, perché semiti, cioè discendenti di Sem, vorrebbero di grazia i persecutori insegnarmi, da chi discendono i non Ebrei? E del resto il provenire da Sem, Cham, da Japhet, o da Montezuma, costituisce forse un delitto? Poiché dunque così puerili sotterfugi non valgono a spiegare, e tanto meno ad onestare un fatto obbrobrioso, che non ha, né ha mai avuto, giustificazione possibile, la causa, se non la ragione, della odierna crociata antisemitica vuolsi cercarla altrove.

V’ha chi spiega la prevenzione contro gli Israeliti con la idiosincrasia di quella gente, che dopo tanti secoli di consorzio resta isolata e senza mescolare il suo sangue con quello de’ popoli, in mezzo ai quali vive; ma se questa ragione avesse qualche peso, la varrebbe ugualmente, ed anzi a fortiori, per i gitani e zingari, che praticano esso isolamento ed essa astensione con molto maggior rigore. Ma forse la indifferenza, la noncuranza de’ più verso i zingari proviene dal fatto, che questi son poveri, mentre degl’Israeliti molti sono ricchissimi! …

Né io voglio negare, che uno de’ motivi impellenti all’astio per gli odierni antisemiti non sia, com’è già successo altre volte, la eccessiva, e oggimai per la loro salvezza non più necessaria, auri sacra fames[2] de’ malevisi; ma ad esso bisogna aggiungerne un altro più grave e puramente religioso. Il maggior nemico, che abbiano i figli di Giacobbe, è la Bibbia. L’odio implacabile, che da ogni riga di questa spira contro gli incirconconcisi, si è sempre ritorto contro il popolo, che ivi lo accumulò. Con la lettura del sacro libro i Cristiani assorbono inconsciamente il veleno, e i preti, sia cattolici che protestanti, che per il loro ufficio ne sono più di ogni altro saturi, vanno inoculando quell’odio, forse anche senz’addarsene, nelle coscienze, sicché basta un futile motivo per determinare una crisi dello stato patologico morale.

I cristiani de’ nostri giorni, che ora dal pulpito in chiesa, or coi periodici rugiadosi in piazza, inveiscono contro la così detta razza deicida, ripetono la stessa incongruenza di que’ lor correligionarii, che in altri tempi abbruciavano i giudaizzanti, cantando intorno al rogo salmi giudaici. I trionfi del cattolicismo si sono segnalati sempre con simili carezze al popolo d’Israele. Qual maraviglia dunque, che la odierna reazione clericale riponga in atto procedimenti barbari e inumani?

Una sola cosa invece ha, più che stupito, addolorato nello scandalo francese, e fu il vedere farne parte, anzi esserne l’anima, la generosa gioventù, gli studenti. Né vale a scusarla il sapere, che i suoi atti, e individuali e collettivi, sono spesso inconsulti, e in questo caso provocati da un falso patriottismo. Ma è prossimo il giorno, in cui sarà noto, qual mano occulta abbia mosso quelle infiammabili pedine.

Le religioni positive, nel pretendersi ciascuna assoluta ed unica depositaria della verità, son per natura tutte intolleranti, ma sopra tutte è la cattolica, perché, obliando il Vangelo, ancor più della ebraica s’inspira al Vecchio Testamento, libro tutta sensualità odio, vendetta maledizione e sangue, codice feroce di un popolo rozzo, crudele, materialista, che impone sempre macelli e stragi, e a tipo dell’amore ci offre … il Cantico dei Cantici!

L’Affare Dreyfus

L’Affare Dreyfus è noto: sulla base di un documento (il famoso borderau) a lui attribuito, il capitano Alfred Dreyfus, ebreo francese, nel 1894 accusato di alto tradimento a favore della Germania, viene degradato e condannato alla deportazione nella Guyana; anche quando due anni dopo verrà identificato il vero responsabile (il maggiore Ferdinand Esterhazy) lo Stato Maggiore dell’esercito mette tutto a tacere continuando a sostenere la tesi del “complotto ebraico”. Tra i primi a denunciare le false accuse contro Dreyfus fu Bernard Lazare, scrittore di origini ebraiche di orientamento anarchico e socialista,

Bernard Lazare

che già prima del caso Dreyfus si era soffermato sul proliferare dell’antisemitismo in Francia e sulle sue cause. Cause che individuava in due fattori, uno più generale – la reazione clericale al “sopravvento dello Stato laico su quello cristiano” – e uno più contingente: il fallimento nel 1882 della Union Générale, istituto di credito cattolico, attribuito al presunto controllo ebraico della finanza. Contro gli ebrei l’antisemitismo muove contemporaneamente due accuse fra loro contradditorie: quella di essere i dominatori del capitale e della finanza cosmopolita che sottomette il capitalismo nazionale e quella di essere i portatori di teorie ed azioni sovversive contro il capitalismo e lo Stato. I più potenti capitalisti e i più agguerriti anticapitalisti nello stesso tempo.

La Chiesa ha incolpato ebrei ed eretici della propria sconfitta, si è rivoltata contro di essi, iniziando ad attaccare Israele. L’inerzia dei suoi avversari l’ha resa più audace e più agguerrita che mai, osa di più, combattendo il massone, il libero pensiero, il protestante. La democrazia ha permesso, senza protestare, che l’antisemitismo crescesse. Anzi, ha lasciato fare, per superficialità, per snobismo, ovvero per viltà. Prima o poi capirà il pericolo, e vedrà la rete nella quale si è lasciata imbrigliare. Ma sarà troppo tardi e sconterà la sua inerzia e la sua cecità con anni di reazione clericale.”[3]

Anticipando di un anno il J’Accuse di Émile Zola, Lazare dimostrerà in dettaglio la falsità delle accuse e un processo imbastito senza che l’imputato potesse minimamente difendersi; il tutto allo scopo evidente di gettare in pasto all’opinione pubblica “il Giudeo traditore” e attraverso lui colpire tutta la comunità ebraica.

“Dreyfus … era un soldato, ma era ebreo ed è soprattutto per questo che è stato perseguitato. È stato arrestato perché era ebreo, perché era ebreo è stato giudicato, perché era ebreo è stato condannato …”[4] ed è stata alimentata ad arte una campagna giornalistica di odio e nazionalismo esasperato:

Ebrei influenti, dice “La Cocarde” del 4 novembre (1894) hanno tentato di fermare il processo. Dreyfus, dice “La France” del 5 novembre, è «l’agente di questo potere occulto, di questa élite ebraica internazionale che ha prodotto la rovina dei francesi e si è accaparrata la terra di Francia». “La Libre Parole” alimenta il coro esclamando: «Chi in questo momento non vorrebbe gridare con noi: “La Francia ai francesi”». E il 5 novembre aggiunge: «Sappia l’opinione pubblica che, qualunque cosa dicano, gli ebrei tutti devono essere considerati responsabili del tradimento»[5].

Solo nel 1906, dopo un’ulteriore condanna nel 1899, Dreyfus ottiene la cancellazione delle sentenze precedenti e una tardiva riabilitazione. L’antisemitismo degli antidreyfusardi non fu comunque emarginato né nell’esercito né nella parte più reazionaria e tradizionalista della società francese. Basti ricordare che nel giugno del 1908, due anni dopo la riabilitazione, Dreyfus venne ferito in un attentato durante il trasferimento delle ceneri di Émile Zola al Pantheon. I frutti avvelenati dell’antisemitismo di quegli anni confluirà nelle vicende della seconda guerra mondiale con il collaborazionismo con l’occupante nazista e il regime di Vichy del Generale Pétain.

Il mito del kahal e i Protocolli dei Savi di Sion

Ed è negli stessi anni dell’affaire che, in altro ambito, il tema del complotto ebraico si incarna nel più diffuso libello antisemita, i Protocolli dei Savi di Sion, costruito dalla polizia segreta zarista e pubblicato nel 1903. “Costruito” non solo perché si trattava di un falso ma perché appunto frutto di un collage di testi che risalgono ad un pamphlet[6] del 1864 contro Napoleone III, unitamente a testi antisemiti tedeschi successivi e a una variegata letteratura popolare proliferata nella Russia del tardo 800 e ruotante intorno al mito del Kahal.

Un’analisi circostanziata di questo filone letterario antigiudaico russo è stata effettuata da Alessandro Cifariello[7]. In Russia

“… nella seconda metà dell’Ottocento, nel corso di decenni di campagne giudeofobe a mezzo stampa, la paura psicotica dell’ebreo è capace di nutrire, tra menzogna e manipolazione dell’informazione, le più fantasiose, ardite, malevoli e pericolose calunnie antiebraiche. Personaggi di varia estrazione sociale e differente livello intellettuale arrivano a scorgere dietro alle decisioni di un qualsiasi governo nazionale e a ogni evento storico un velo tenebroso; quello del kahal.

Il kahal, calco di ‘keilla kedosha’, ‘comunità santa’, era il termine assegnato nel medioevo dai legislatori polacchi alla struttura comunitaria ebraica. Riconosciuto come istituzione di autogoverno della comunità ebraica sin da XVI secolo, aveva mantenuto per secoli grande potere, soprattutto a livello locale. Al tempo delle spartizioni della polonia, verso la metà del XVIII secolo, il legislatore russo si imbatté nell’esistenza della struttura comunitaria, che decise di mantenere fino alla sua definitiva abolizione, nel 1844. Tuttavia, nella seconda metà dell’Ottocento, in particolare dopo la pubblicazione dei celebri volumi di Brafman, nell’immaginario collettivo, da termine indicante la forma di autogoverno delle comunità ebraiche dell’Europa orientale, il kahal acquisisce il significato di potenza occulta, di vera e propria società segreta, di direzione centrale ebraica che – attraverso una cospirazione planetaria – governa nell’ombra il popolo ebraico, attua il programma di dominazione del mondo, dirige la mano armata del nichilismo nel suo attacco all’Europa, e realizza il progetto di disgregazione fisica e morale dell’Impero russo. Si cristallizza dunque nella cultura russa una ‘menzogna calunniosa’ che ha come bersaglio l’immaginario kehal degli ebrei.”[8]

Letteratura popolare, romanzi (veri e propri feuilleton) apparsi perlopiù a puntate sulla stampa russa da parte di autori, poco noti in occidente, che danno corpo nell’ultimo ventennio dell’Ottocento a una organica tipologia di “romanzo giudeofobo” russo[9]. La figura dello žid (giudeo) si configura secondo tre dimensioni: economica (sfruttatore e strozzino), politica (agitatore e nichilista) e religiosa occulta (rabbino praticante di riti satanici che complotta per il dominio planetario). Tematiche che da un lato fomentano un antisemitismo diffuso che sfocia in numerosi pogrom, in particolare dopo l’uccisione in un attentato della Zar Alessandro II (13 marzo 1881) da parte dei nichilisti della Narodnaja volja, e dall’altro costituiscono il calco narrativo diretto dei Protocolli.

 Il pregiudizio antiebraico

Se antigiudaismo (religioso) e antisemitismo (razziale) sono ricostruibili anche filologicamente e   storicamente, più variegato e dai contorni indefiniti è il tema del pregiudizio antiebraico tale che possiamo reperirlo anche laddove non penseremmo di trovarlo. A partire dallo stesso testo “L’odio di razza” de L’Eguaglianza che abbiamo riportato per esteso all’inizio: l’autore, deciso sostenitore dell’innocenza di Dreyfus ed esplicito accusatore dell’antisemitismo, non manca di inserire nella sua difesa luoghi comuni contro gli ebrei: ricchissimi, avidi di ricchezza e fanatici religiosi, sia pur superati in questo dai Cristiani che avrebbero assorbito ed amplificato l’intolleranza che traspira dal testo biblico liquidato dall’autore come “libro tutta sensualità odio, vendetta maledizione e sangue” e rigettato anche laddove, con l’alta poesia del Cantico dei cantici [10] esalta la dignità dell’amore umano.

Un testo utile per approfondire il tema ci è fornito da Roberto Finzi: Il Pregiudizio. Ebrei e questione ebraica in Marx, Lombroso, Croce[11]. Così lo introduce Claudio Magris nella prefazione:

“Nei tre saggi di questo libro Roberto Finzi non indaga tanto l’antisemitismo – cui peraltro egli ha dedicato, come si è detto, studi importanti – quanto il pregiudizio che si annida o può annidarsi anche in chi è assolutamente scevro da ogni forma di antisemitismo e anzi lo condanna e cerca di spiegarlo per combatterlo. Tutti e tre i protagonisti di questi saggi sfatano, rifiutano, respingono l’antisemitismo. Non è molto importante che due di essi – Marx e Lombroso – siano ebrei perché può esistere pure, in chiunque, una contorta violenza autolesiva, presente anche nella storia dell’ebraismo, col famoso “odio ebraico di sé” […]

Marx e Lombroso cercano di spiegare, in termini essenzialmente storici, la genesi dell’antisemitismo. Il ricorso alla storia, quale spiegazione di un fenomeno, sfata e smonta di per sé l’irrazionalità di ogni pregiudizio razzista e dunque pure dell’antisemitismo.

Naturalmente non si dà in questo campo alcuna vittoria definitiva per la ragione, perché il pregiudizio rinasce ogni volta dalle sue ceneri. Proprio perché è irrazionale, non si fonda su nulla di obiettivo e non è dimostrabile, esso non è confutabile. (pag. VII-VIII)

Finzi non si limita pertanto a ricostruire il contributo dei tre autori allo studio dell’antisemitismo, ma vuole capire come e perché in questi stessi autori persistano echi non secondari del pregiudizio antiebraico.

“Ecco, dunque, il punto, la spina dorsale delle pagine che seguono, dedicate all’analisi dell’immagine dell’ebreo tramandata dall’opera di tre personalità della cultura ottocentesca e primo novecentesca rappresentanti di tre filoni – il “socialismo scientifico”, la scienza positivista, l’idealismo liberale – non regressivi, ma progressisti e che, in maniera diversa e anche contrapposta, si proponevano di liberare l’uomo dai pregiudizi che ne ottenebravano il cuore e la mente. All’interno della loro ricerca permangono, quanto agli ebrei, scorie del passato: la acuta vigilanza critica che sorregge il loro sforzo analitico sembra come ritirarsi, restare impotente dinnanzi alla “questione ebraica”. Perché? La risposta – che, lo so bene rinvia ad altre, complicate analisi – sta, in sostanza nel punto di vista assunto. Se una “questione ebraica” esiste la causa non può che trovarsi negli ebrei, nella loro storia, nella “dura cervice” che li ha fatti sopravvivere a tutte le traversie della storia. Tanto che, non soddisfatti di tutto quanto è loro occorso, rifiutano la via maestra dello sviluppo civile, il risultato necessario della loro inevitabile e giusta emancipazione: l’assimilazione, intesa non come integrazione in una società che riconosca, all’interno di un quadro di valori condivisi, le differenze, ma quale assorbimento e, alla fine, estinzione, dissolvimento delle identità minoritarie in quella maggioritaria.”[12]  (pag. 5)

Non entro nel merito dell’analisi dettagliata del “pregiudizio persistente” nei tre autori, rimandando alla lettura diretta del testo di Finzi e a una brave sintesi in nota[13]. Due aspetti della sua analisi mi preme sottolineare: la modernità, nei suoi diversi aspetti – scientifico, culturale, artistico, civile … – non solo non ha debellato il pregiudizio, ma nemmeno l’antisemitismo; va inoltre fatta una netta distinzione fra prima e dopo la Shoah.

All’interno del confronto che oppose dreyfusardi e antidreyfusardi ad esempio gli intellettuali innovatori “moderni” si divisero: se molti artisti d’avanguardia presero posizione a favore di Dreyfus (Monet, Pissarro, Signac …) molti altri (Cézanne, Rodin, Degas …) si schierarono sul fronte opposto[14]. E d’altronde lo stesso Zola “campione della lotta contro la condanna di Alfred Dreyfus” non fu esente da “una visione stereotipata della giudaicità”[15].

La cultura antisemita ha fruito “del background di un senso comune ampiamente impregnato di preconcetti giudeofobi che affondano le loro radici nel Medioevo cristiano. Lo sterminio messo in atto da Hitler e dai suoi alleati” sottolinea Finzi “non avrebbe potuto forse nemmeno essere progettato se in tanta parte della popolazione europea non si fossero annidati nel profondo stereotipi antiebraici, che né la cultura né l’adesione a quanto oggi si è soliti chiamare modernità avevano sradicati”[16].

Dopo la Shoah tutto cambia: dal concetto di dio (Jonas) alla poesia (Adorno) e pertanto anche la storiografia dell’antisemitismo con un duplice rischio. Quello “di mettere in relazione diretta con il nazismo autori precedenti” per la presenza di “scorie” giudeofobiche (come alcuni hanno tentato con Marx e non solo), e dall’altra, siccome “il nazismo, ‘barbarie’ per eccellenza, non può avere rapporto alcuno con espressioni artistiche o culturali autentiche” (p. 126) si cerca di nascondere l’antisemitismo effettivo (e in più casi l’adesione al nazismo e/o al fascismo) di autori, artisti e personaggi importanti come qualcosa di “indecente” cha va sottaciuto; l’elenco è lungo: Richard Wagner, Henry Ford, Ezra Pound, Louis-Ferdinand Céline, Carl Schmidt e i filosofi Giovanni Gentile e Martin Heidegger …

L’elenco potrebbe continuare a lungo a dimostrazione che il pregiudizio e gli stereotipi antiebraici rappresentano un esempio straordinariamente evidente e documentato dell’operare della longue durée nell’immaginario collettivo, per nulla esorcizzati dalla “modernità”, dall’“avanguardia”, dal valore estetico o dalla capacità analitica. (p. 129)

Serve allora “uno sforzo voluto e specifico” per indagare, conoscere, individuare, capire e riconoscere quelli che Gramsci indicava come “frantumi eterogenei di mondi culturali fossilizzati” (p. 34) che sono estremamente diffusi anche in coloro che non lo sospettano affatto, rovesciando l’ottica storica che ha accumulato Marx, Lombroso, Croce (e molti altri) che hanno ricercato le “cause” della questione ebraica all’interno del mondo e della cultura ebraica.

“La prospettiva corretta è un’altra, l’esatto opposto. Per dirla con Jean-Paul Sartre: “L’esperienza non fa sorgere la nozione di ebreo, al contrario è questa che chiarisce l’esperienza: se l’ebreo non esistesse, l’antisemita l’inventerebbe”.[17] Il problema non era e non è capire se, come, quanto gli ebrei siano o no diversi dagli altri, e che “tic” – come tutti – si portino dietro, ma quale sia il meccanismo mentale di chi gli ebrei odia indipendentemente da qualsiasi loro carattere storico. Per questo sono importanti le ricerche che si vanno sviluppando sulla “cultura” antisemita. Un “pensiero” che sempre più appare espressione, ed ammissione, di una debolezza “identitaria”. Per affermarsi, l’identità dell’antisemita necessita di un nemico da combattere e battere. Solo dominando, annullando l’altro si ritrova e si realizza.” (p. 6-7)

Gitani e “zingari” [18] 

 

Spesso canta il lupo nel mio sangue
e allora l’anima mia si apre
in una lingua straniera.

Luce, dico allora, luce di lupo,
dico, e che non venga nessuno
a tagliarmi i capelli.

Mariella Mehr

In accordo con Clotilde Pontecorvo, ritengo che la shoah non vada assolutizzata “come un evento unico” e nemmeno ridimensionata ad “uno dei tanti stermini[19]; assumendo questo “conflitto” fra unicità e possibilità di replicazione dell’orrore nazista, ritengo si possa affermare che l’antisemitismo costituisca la matrice, la fonte ispiratrice, di ogni altra forma di razzismo. L’analisi del pregiudizio antiebraico e dell’antisemitismo fornitaci da Finzi può così fornirci la struttura utile per individuare e interpretare altre forme di razzismo ora emergenti.

Riprendendo il testo de L‘eguaglianza su L’odio di razza che abbiamo riportato all’inizio e che ci serve da filo conduttore per queste riflessioni, vi è un passo che certo oggi sorprende laddove l’autore afferma che “la prevenzione contro gli Israeliti” non viene esercitata “per i gitani e zingari”.  Evidentemente l’autore ignorava la storia di Rom e Sinti: la loro persecuzione ha attraversato tutta l’Europa moderna con leggi di discriminazione sin dal Quattrocento. Sono poi stati come, e per certi versi più degli stessi ebrei, vittime dello sterminio nazista con almeno mezzo milione di vittime corrispondente almeno alla metà della loro popolazione in Europa. Vittime dimenticate. Per loro non vi è stato nessun processo di Norimberga, poche le loro testimonianze e solo negli ultimi anni si è incominciato a far luce sul loro olocausto: Porrajmos (divoramento)[20].

Sono due le date che ricordano lo sterminio di queste popolazioni: il 2 agosto e il 16 maggio.

Il 15 aprile del 2015, il Parlamento Europeo ha votato una risoluzione per adottare il 2 agosto come «giornata europea della commemorazione dell’olocausto dei rom». La risoluzione ricorda: «i 500.000 rom sterminati dai nazisti e da altri regimi (…) e che nelle camere a gas nello Zigeunerlager (campo degli zingari) di Auschwitz-Birkenau in una notte, tra il 2 e il 3 agosto 1944, 2.897 rom, principalmente donne, bambini e anziani, sono stati uccisi». […]

Testimone oculare della notte del 2 agosto fu l’ebreo italiano Pietro Terracina, che ha raccontato a Roberto Olia: «Con i rom eravamo separati solo dal filo spinato. C’erano tante famiglie e bambini, di cui molti nati lì. Certo soffrivano anche loro, ma mi sembrava gente felice. Sono sicuro che pensavano che un giorno quei cancelli si sarebbero riaperti e che avrebbero ripreso i loro carri per ritornare liberi. Ma quella notte sentii all’improvviso l’arrivo e le urla delle SS e l’abbaiare dei loro cani. I rom avevano capito che si prepara qualcosa di terribile.

Sentii una confusione tremenda: il pianto dei bambini svegliati in piena notte, la gente che si perdeva ed i parenti che si cercavano chiamandosi a gran voce. Poi all’improvviso silenzio. La mattina dopo, appena sveglio alle 4 e mezza, il mio primo pensiero fu quello di andare a vedere dall’altra parte del filo spinato. Non c’era più nessuno.

Solo qualche porta che sbatteva, perché a Birkenau c’era sempre tanto vento. C’era un silenzio innaturale, paragonabile ai rumori ed ai suoni dei giorni precedenti, perché i rom avevano conservato i loro strumenti e facevano musica, che noi dall’altra parte del filo spinato sentivamo. Quel silenzio era una cosa terribile che non si può dimenticare. Ci bastò dare un’occhiata alle ciminiere dei forni crematori, che andavano al massimo della potenza, per capire che tutti i prigionieri dello Zigeunerlager furono mandati a morire. Dobbiamo ricordare questa giornata del 2 agosto 1944». (Giuliano Princigalli, “Porajmos, l’olocausto dei Rom”, il manifesto, 1.08.1015)[21]

Le comunità rom e sinti si sono concentrate recentemente su un’altra data: il 16 maggio in ricordo di quanto avvenne, sempre nel campo Zigeunerlager di Auschwitz-Birkenau, due mesi e mezzo prima di quel 2 agosto. Preavvertiti dalla resistenza interna che erano stati destinati quel giorno alle camere a gas, i cinquemila “zingari” si armarono alla bene e meglio con bastoni, pietre e ogni altra arma improvvisata e misero in fuga i guardiani che si erano presentati per condurli alla eliminazione, riuscendo a far sospendere – purtroppo temporaneamente – il massacro. Il più ampio episodio di rivolta avvenuto in un campo di sterminio nazista. Se il 2 agosto è il giorno della memoria rom (del porrajmos) il 16 maggio rappresenta la Giornata internazionale della Resistenza romanì.

Una delle non molte testimonianze scritte reperibili sul porrajmos è quella di Otto Rosenberg, La lente focale. Gli zingari nell’olocausto pubblicata da Marsilio nel 1999 e ripubblicato recentemente dalle edizioni “La Meridiana”. Nel 1936 Otto ha nove anni e abita a Berlino con la sua numerosa famiglia allargata. In previsione delle Olimpiadi, “per fare ordine e pulizia”, tutti gli “zingari” berlinesi per ordine di Hitler vengono deportati e ammassati in un campo di un quartiere periferico della città (Marzahn) a ridosso delle discariche. Inizia il percorso che nel giro di sette anni lo porterà ad Auschwitz e successivamente, prima del fatidico 2 agosto, in altri campi. Un racconto semplice, asciutto, privo di emotività anche quando parla dei medici nazisti che già a Marzahn fanno “ricerca” sui bambini rom per dimostrare che – nonostante la loro origine indoeuropea che li ossessionava – erano impuri e subumani. Oppure quando ad Auschwitz, pur sapendo benissimo cosa uscisse dalle ciminiere dei forni crematori, bambini e ragazzi erano addestrati a fingere di ignorarlo. Il suo ultimo campo sarà quello di Bergen-Belsen dove sarà liberato, unico sopravvissuto della sua famiglia.

Nell’ultima edizione il testo è introdotto dalla prefazione di Dijana Pavlović che, per ricordare come la persecuzione e il tentativo di “pulizia etnica” dei Rom non sia stato solo prerogativa di fascismo e nazismo, riporta un poetico racconto sulla deportazione della scrittrice e poetessa Mariella Mehr e ricorda che questa era

“Una donna nata nel ’48 […] dopo la seconda Guerra mondiale, dopo che il processo dl Norimberga ha rivelato al mondo le atrocità subite da chi è stato internato nei campi di concentramento e di sterminio, ma lei lo stesso ha vissuto il Porrajmos (il genocidio Rom). L’ha subito da bambina e da donna in Svizzera, perché Mariella è una Jenisch, una comunità nomade del Centro Europa. Mariella è stata tolta ai sui genitori quando aveva 5 anni, la mamma Maria Emma è stata sterilizzata e internata in un centro psichiatrico, mentre Mariella è stata prima consegnata a famiglie affidatarie, poi a istituti psichiatrici. Per curate la sue malattia, il suo “gene nomade”, le hanno fatto il primo elettroshock quando aveva solo 9 anni. Quando ne aveva 18 le hanno tolto il figlio e anche lei, come sua madre, è stata sterilizzata. In Svizzera la sterilizzazione delle donne Jenisch e la tortura dei loro figli nei centri psichiatrici e durata fine al 1976. […] Trent’anni dopa il processo di Norimberga, a quasi trent’anni dalla Dichiarazione dei diritti umani, negli anni dei Beatles e dei Rolling Stones, quando la società occidentale era percorsa dai movimenti dl liberazione civile, i nostri più stretti vicini, famosi per civismo e pacifismo, utilizzavano ancora le pratiche della purificazione della razza.”[22]

Se la memoria della shoah è entrata, sia pur in modo incompleto, nella consapevolezza civile democratica e qualsivoglia oltraggio o atto discriminatorio verso la comunità ebraica o il singolo ebreo caratterizza in modo inequivocabile di nazifascismo chi lo esercita, lo stesso dovrebbe valere per ogni oltraggio e discriminazione verso Sinti e Rom. Così evidentemente non è; la memoria del Porrajmos è del tutto minoritaria e attualmente Sinti e Rom costituiscono la minoranza più osteggiata nel nostro paese: secondo una ricerca realizzata dal Pew Research Center nel 2014 in Europa, l’Italia è il paese con il pregiudizio più diffuso (85%) nei loro confronti.[23]

Non per con-chiudere ma per dischiudere

In alcuni precedenti post e in particolare in “I migranti e le nostre comunità” (del marzo 2017) mi ero soffermato sulle nuove teorizzazioni del razzismo (quella “culturalista” in particolare); in tempi rapidi mi pare che oggi il problema non sia tanto a livello di teorizzazioni (biologico, differenzialista, neo-evoluzionista, culturalista …) ma quello della rapida “stura” di comportamenti e atteggiamenti palesemente e manifestamenti razzisti. Se consideriamo “la pratica” del pregiudizio razzista nel suo evolversi notiamo come le diverse espressioni del razzismo si mescolino e sommino (es. antisemita[24] e anti islamico, xenofobo e contro le minoranze anche italiane ecc. siano esse etniche, religiose o sessuali). Ricordo un articolo della seconda metà degli anni ’70 – se non sbaglio di Giorgio Bocca – in cui l’autore sosteneva che il razzismo più pervicace fosse quello verso l’estraneo non troppo dissimile, non immediatamente riconoscibile come tale; in passato l’ebreo, poi il “terrone”, oggi (allora) il magrebino, mentre – in particolare in Italia – non avrebbe potuto prender piede un razzismo verso i “negri” quale quello presente negli Stati Uniti dove questo trovava una diversa spiegazione da collegarsi alla storia della schiavitù.

Bocca – o chi per lui –non scriverebbe di certo più quell’articolo; troppi gli episodi che evidenziano come oggi non sia affatto sostenibile quel tipo di lettura. Siamo di fronte ad un regresso dove il “bersaglio” può rapidamente variare di volta in volta: gli “zingari”, gli islamici come gli ebrei, gli immigrati siano economici o richiedenti asilo, i “neri” ecc. ecc. e naturalmente gay e transessuali.

Si dice che tutto ciò sia il portato di insicurezza, paura, incertezza del futuro, crisi di identità, crisi economica e disoccupazione; che vi sia un vento che alimenta questi atteggiamenti e comportamenti: quello del populismo sovranista che percorre l’Europa e non solo.

Tutte spiegazioni che non mi sembrano cogliere il punto centrale, quello che io definirei lo “sdoganamento dall’alto”: se i principali esponenti dei partiti più votati nelle ultime elezioni politiche italiane (2018) non solo “sdoganano” sentimenti e atteggiamenti xenofobi e razzisti, ma li alimentano (il “ministro sovranista dell’odio” che non perde occasione a parole, e nei fatti  come il sequestro di persone in “prigioni galleggianti”, e il guru in declino dei  populisti nostrani che proclama “non essere il razzismo un problema”), allora non c’è da meravigliarsi se episodi di intolleranza, spesso non solo a parole, siamo ormai all’ordine del giorno, e il regresso si manifesti inoltre nel proliferare delle tipologie colpite: gli zingari, gli islamici come gli ebrei, gli immigrati, i “neri” ecc.

Con un paradosso per cui la parola “razzismo” è ancora sottoposta a tabù, a stigma sociale, ma non più il comportamento razzista – a parole e negli atti – spesso anticipato o giustificato a posteriori dall’inciso ricorrente “Non sono razzista … ma”.

È assolutamente doveroso denunciare ogni singola manifestazione di razzismo, facendo memoria delle tragedie del passato e non lasciando correre alcun singolo episodio e manifestazione dell’oggi. Ma penso non sia affatto sufficiente.

Abbiamo più sopra sottolineato come il pregiudizio razzista alberghi in modo diffuso: artisti d’avanguardia e scienziati, pensatori politici progressivi, paesi civili e democratici. Anzi direi che alberga in ciascuno di noi nelle forme più diverse: chi non ha qualche pregiudizio – e magari risentimento – sia esso verso i neri o gli islamici, i “marocchini” o gli “zingari”, i Testimoni di Geova o i “froci”, i cinesi o gli arabi e, sotto sotto, anche un po’ gli ebrei? E ne ho dicerto dimenticati molti. Ed è su noi stessi che abbiamo allora necessità di indagare, di rendere a noi stessi palese ogni forma di pregiudizio che ci accompagna.

Con pochissime eccezioni – quasi tutte, direi, di sesso femminile –, persone nelle quali la totale apertura e curiosità nei confronti degli altri prevale su ogni timore e preconcetto.

Roberto Finzi conclude il suo libro sul Pregiudizio citando Lombroso che – se non era manifestamente antisemita – certo era autore di teorie che il razzismo hanno comunque alimentato.

La ricerca del vaccino che immunizzi in via definitiva la civiltà europea dal contagio antisemita [e io aggiungerei ‘razzista’] arriverà a conclusione solo assumendo, per dirla con Lombroso, che “le epidemie sono una acutizzazione rapida, intermittente, dei morbi che ci affliggono sporadici con molto meno intensità in tutta la vita”.[25]

Dovremmo allora tutti dire:

Sono razzista, ma … man mano che – individualmente e collettivamente – riconosciamo e comprendiamo il morbo che ci affligge, il giorno in cui sapremo trovarne la cura e il vaccino, si farà più vicino.

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[1] La Biblioteca “Aldo Aniasi” della Casa della Resistenza ne ha recentemente acquisito una ventina di numeri relativi al 1998. Temi ricorrenti sul piano locale l’attività del Consiglio Comunale di Pallanza, le onoranze intresi a Felice Cavallotti, la construenda Galleria del Sempione, notizie di economia e di cronaca dal territorio ecc.; temi più generali la critica all’impunità processuale di Francesco Crispi, il sostegno a leggi contro la povertà e la riduzione del prezzo del pane, per il divorzio, per la scuola pubblica e laica ecc. Alcuni contributi di carattere generale sono ripresi da altri giornali, in particolare dal torinese L’Avvenire, organo di un raggruppamento liberal riformista.

[2] Miserabile cupidigia dell’oro. Espressione derivata da Virgilio: (Eneide 3. 56-57): Quid non mortalia pectora cogis, | Auri sacra fames (A cosa non sproni i petti dei mortali, miserabile cupidigia dell’oro).

[3] Bernarde Lazare, L’antisemitismo e l’Affaire Dreyfus, Medusa, Milano 2017, p. 11.

[4] Ivi, p. 51-52.

[5] Ivi, p.58-59.

[6] Dialogo agli inferi tra Machiavelli e Montesquieu dell’autore satirico francese Maurice Joly.

[7] L’ombra del kahal. Immaginario antisemita nella Russia dell’Ottocento, Viella, Roma 2013. Per una sintetica recensione online cfr. qui.

[8] Ivi, p. 12-13.

[9] Gli autori e i testi analizzati da Cifariello sono: Boleslav Markevič (Sul baratro 1880-1885), Nikolaj Vagner (La via oscura, 1890), Vsevolod Krestovskij (la trilogia L’ebreo sta avanzando 1888-1891), Ieronim Jasinskij (Sulle tracce fresche 1892) e Savelij Efron-Litvin che con Tra gli ebrei del 1897 riprende i testi precedenti e si concentra sul tema del complotto del kahal mondiale.

[10] Online sono reperibili varie traduzioni italiane di questo particolare testo biblico: qui quella interconfessionale; una versione audio è reperibile nella versione di Giovanni Luzi. Una dettagliata analisi del testo e delle sue interpretazioni è stata scritta per l’Enciclopedia Italiana nel 1930 da Giuseppe Ricciotti. Per un confronto a più voci cfr. qui (Il Sole 24 Ore).

[11] Bompiani, Milano 2011. Finzi è autore di parecchi studi economici e storici e opere di rilievo su temi di attualità. Ne ricordo due in particolare: Breve storia della questione antisemita (Bompiani, nuova ed. 2019) e Il maschio sgomento. Una postilla sulla questione femminile (Bompiani, 2018).

[12] “Assimilazione, nota Amos Luzzatto, corrisponde alla “infelice traduzione della parola ebraica hitholetut, che andrebbe semmai resa con il termine ‘dissolvimento’ (‘assimilazione’ in ebraico dovrebbe suonare semmai hitdammut)” e aggiunge “l’assimilazione è una relazione almeno binaria, ma soprattutto simmetrica. In simboli se R simboleggia una relazione logica fra a e b, scriveremmo R (a, b) ←→ R (b, a) che significa che se io divento simile a te, anche tu diventi simile a me. Nel dissolvimento invece uno degli elementi della relazione si conserva mentre l’altro svanisce come tale e si identifica, si assorbe nell’altro” (A. Luzzatto, Il posto degli ebrei, Einaudi, Torino 2003, p. 35). In queste pagine, tuttavia, si continuerà a usare il termine assimilazione nel senso della “infelice traduzione della parola ebraica hitholetut”, per la sua sedimentazione e pregnanza nella letteratura della ‘questione ebraica’.” [Nota di Roberto Finzi]

[13] Marx, che non ha mai sottolineato, né tanto meno rivendicato il suo essere ebreo, nella corrispondenza privata con Engels non manca, in particolare riferendosi a Lassalle di lasciarsi andare “a espressioni che oggi hanno un netto retrogusto antiebraico” (p.17) come ‘barone ebreo’ e a riferimenti alla “sua testa e chioma” che “discende dai negri che si unirono all’esodo di Mosè …”. Ma è il suo giovanile saggio Sulla questione ebraica (1844) che identifica ebraismo e capitalismo che fece parlare molti di un “antisemitismo economico” di Marx; non solo le sue analisi successive del capitalismo utilizzeranno ben altri parametri, ma mantenne i rapporti con la parentela e studiosi ebraici e si espresse in modo netto “sulla giustezza della richiesta ebraica di emancipazione politica” (p. 42). In sostanza pregiudizio sì, ma non certo antisemitismo.

Lombroso affronta il tema antiebraico ne L’antisemitismo e le scienze moderne del 1894 che si pone nella prospettiva dell’assimilazione quale esito naturale dello sviluppo storico: è semmai l’antisemitismo che opponendosi all’emancipazione non farebbe che amplificare gli aspetti negativi “dell’avido ebreo mercante”, a meno che – inconsapevole ed inquietante profezia – non si prefigga di “distruggere completamente gli ebrei”. Testo poco noto in Italia, ma che ebbe risonanza in Francia all’interno del dibattito su Dreyfus, in particolare in una seconda edizione della versione francese. Pur schierato con i dreyfusardi e, per sua stessa dichiarazione, vicino al sionismo, il suo testo, in cui riecheggiano le sue posizioni di un scientismo di certo datato, “in realtà rischiava di produrre e ha contribuito a produrre addirittura l’effetto opposto, il rafforzamento nell’immaginario collettivo di antichi, diffusi, pregiudizi antiebraici” in quanto “dalle sue pieghe spunta più di una immagine stereotipa, condivisa da un diffuso sentire giudeofobo” (p.72).

Per quanto riguarda Croce, a parte una posizione diversa che avrebbe espresso durante la guerra in un colloquio con un soldato ebreo, egli, che aveva condannato le leggi razziali e la persecuzione nazista, si oppone a ogni “nazionalismo” e vede per il popolo ebraico, quale unica soluzione, la più piena assimilazione e condanna “non solo la riluttanza a vincere il loro millenario separatismo, stimolo alle deplorevoli separazioni, ma il proposito di rinsaldarlo […] al quale si accompagna una sorta di sentimento tragico, come il popolo destinato a fare di sé stesso olocausto di una divinità feroce” (Contro i nazionalismi di qualsiasi sorta) (p. 83). In sostanza gli ebrei in buona parte causa della propria persecuzione per il rifiuto all’inserimento pieno nella storia progressiva dell’Europa moderna e per una sorta di auto designazione quali vittime sacrificali di un dio rozzo e barbarico.

[14] Ivi, p. 127.

[15] Pag. 34.

[16] Pag. 7.

[17] J.-P. Sartre, Ebrei, Edizioni Comunità, Milano 1948, p. 150.

[18] “Zingari” non è un termine utilizzato nelle lingue sinta e romanì, ha provenienza esterna (è eteronimo) e ha assunto una connotazione dispregiativa.

[19] “Il mio nome” in Una Città n. 46, dicembre 1995. Cfr. anche la voce Shoah su questo blog.

[20] Termine in lingua romanì che significa “divoramento”; è stato utilizzato per indicare l’olocausto dei popoli rom e sinti per opera del fascismo e del nazismo (1934 – 1945) dallo studioso della lingua e cultura dei popoli rom e sinti Ian Hancock. Dice di averlo sentito utilizzare con questa accezione nel 1993 da un rom durante un colloquio. Una relazione sul Porrajmos tenuta da Hancock a Mantova nel giorno della memoria 2013 è reperibile qui. Due sono i siti in italiano che hanno iniziato a raccogliere in modo sistematico la documentazione sul Porrajmos: Memors. Il primo museo virtuale del Porrajmos in Italia e USC Shoah Foundation.

[21] L’articolo completo è reperibile online qui.

[22] Otto Rosenberg, La lente focale. Gli zingari nell’olocausto, La Meridiana, Molfetta 2016, p. 5-6. Per approfondire il porrajmos degli Jenisch in Svizzera cfr. Il genocidio degli Jenisch in Svizzera: cinquant’anni di crimini, abusi e di cultura eugenetica. Sulla Mehr cfr. Mariella Mehr, un poeta vittima della Pro Juventute svizzera di Silvia Leuzzi.

[23] Il grafico è ripreso dal sito de L’internazionale; una rassegna degli articoli sul tema della comunità rom qui.

[24] Sul “ritorno” dell’antisemitismo in Italia cfr. il Rapporto sull’antisemitismo in Italia nel 2016 a cura dell’Osservatorio antisemitismo del CDEC.

[25] Il Pregiudizio cit., p. 130.

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