Vai al contenuto
Tags

, , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

Da oltre cinque lustri si è concluso il “Secolo breve” e ce ne stiamo pian piano accorgendo

14 aprile 2018

i ero occupato del volume di Eric J. Hobsbawm dodici anni fa in occasione della pubblicazione della Guida alla Galleria della memoria, agile libretto destinato ad accompagnare i visitatori nella visita interna della Casa della Resistenza. In particolare, consultando l’opera dello storico britannico, mi ero soffermato sul tema della violenza, sul secolo delle due guerre mondiali, il secolo più violento della storia dell’umanità, tema che ben introduceva alla prima sala della Galleria della memoria (la Sala del ’900); introdotto dalla voce del sopravvissuto Carlo Suzzi vi scorre infatti un filmato concepito come un fluire continuo delle immagini dei peggiori crimini contro l’umanità perpetrati nel ‘900 assemblati in ordine cronologico. Meno attenzione avevo rivolto alla scansione temporale del “secolo breve” (1914 – 1991) limitandomi ad accettare il fatto che la scansione per “secoli” è puramente convenzionale e che pertanto ogni storico può proporre periodizzazioni più pregnanti dal suo punto di vista.

Un anno e mezzo fa, nel preparare un intervento sulla Peer&Media Education[1] mi sono reso conto di come quella periodizzazione coincidesse ad una fase ben precisa, ed egualmente delimitabile, della storia dei media, avvero all’epoca dei mass media (elettronici) che – come vedremo più avanti – inizia a ridosso della prima guerra mondiale e si esaurisce quando parallelamente si frantuma l’impero sovietico. Una coincidenza che mi ha fatto ripensare a quanto fosse pregnante la periodizzazione di Hobsbawm e mi ha portato nei mesi scorsi a rileggere con attenzione le quasi settecento pagine di quel testo. Scoprendo che non solo ci dice molto sul secolo passato ma ci permette di capire molto dell’epoca in cui viviamo oggi, delle sue nuove caratteristiche e dinamiche, nonché delle sostanziali differenze con l’epoca passata. Stimolandoci a cercare di capire ed ipotizzare dove sia possibile e magari auspicabile dirigersi.

Eric John Ernest Hobsbawm (1917 – 2012)

Hobsbawm ha scritto moltissimo e le sue opere non solo trattano argomenti ed epoche diverse ma hanno anche approcci tra loro molto diversificati (opere storiografiche nel senso più tradizionale, autobiografiche, sociologiche, politiche, cultuali …). Utilizzando una immagine di Enzo Traverso[2] egli passa dal “microscopio” delle prime opere sui movimenti sociali, sulle sue forme primitive di rivolta (I ribelli, 1966), su quelle “irregolari” che permangono nel mondo industriale (I banditi, 1969), sull’anarchismo e su momenti specifici del movimento operaio inglese o sulla Storia sociale del jazz (1982) per poi passare al “telescopio” della sua poderosa tetralogia sull’epoca moderna (L’Età della Rivoluzione. 1789-1848, Il Trionfo della Borghesia 1848-1875, L’Età degli imperi. 1875-1914, Il secolo breve 1914-1991).

L’influenza dell’approccio sociale degli Annales è evidente, ma con una specificità (un marxismo, non dogmatico ma mai rinnegato) e uno spessore teorico, categoriale che si evidenzia ad esempio ne L’invenzione della tradizione (1983) e nei contributi alla rivista Past & Present.

Con riferimento alla tetralogia e in particolare al Secolo breve – la sua opera più conosciuta – si può rimarcare uno stile del tutto personale che lo allontana dai francesi delle Annales. Si sottolinea in genere la letterarietà della sua scrittura ma a me sembra che il suo tratto distintivo non solo abbandoni ogni modalità di costruzione cronologica, ma che si sviluppi per tematiche con un’ottica – più di medio che di lungo periodo – non tanto rivolta “in avanti”, ma all’indietro. Mi spiego: non c’è uno sviluppo prevedibile e leggibile del percorso storico che “progredisce” per fasi o per “modi di produzione” come nella “canonica” marxista, ma una sua (parziale) leggibilità a partire dall’oggi e dall’occhio dell’autore, dalla sua collocazione storico temporale ed anche teorica. Uno sguardo a ritroso che permette di cogliere le relazioni fra eventi anche lontani nel tempo e/o nello spazio. In sostanza a me sembra che, pur avendo assimilato la lezione degli Annales e il rifiuto della storia evenemenziale (successione cronologica di eventi su cui si fonda il “breve periodo”), più che abbracciare il medio o lungo periodo Hobsbawm sostituisca alla storia degli eventi una “storia delle relazioni” e delle categorizzazioni (definite non a priori ma a posteriori).

La suddivisione cronologica che impronta la tetralogia è in buona parte incentrata sulla storia europea; aspetti questi (suddivisione ed eurocentrismo) che hanno sollevato critiche da parte di parecchi studiosi con proposte di periodizzazione e di ottica alternative. Sia Stefano Azzarà[3] che Enzo Traverso ricordano in particolare Il Lungo XX secolo di Giovanni Arrighi, opera che fa “da controcanto” a quella di Hobsbawm. Lascio la parola a Traverso:

“Nel 1994, Giovanni Arrighi pubblicava The Long Twentieth Century, un lavoro che, ispirandosi a un tempo a Marx e a Braudel, propone una nuova periodizzazione della storia del capitalismo.[4] Egli individua quattro secoli “lunghi” nell’arco di seicento anni e corrispondenti a differenti “cicli sistemici di accumulazione”, ancorché suscettibili di sovrapporsi gli uni agli altri: un secolo genovese (1340-1630), un secolo olandese (1560-1780), un secolo britannico (1740-1930) e, infine, un secolo americano (1870-1990). Delineatosi all’indomani della guerra civile, quest’ultimo conosce la sua ascesa con l’industrializzazione del Nuovo Mondo e perde fiato intorno agli anni Novanta del secolo scorso, quando il fordismo viene sostituito da un’economia globalizzata e finanziarizzata. Secondo Arrighi, siamo entrati oggi in un XXI secolo “cinese”, vale a dire in un nuovo ciclo sistemico di accumulazione, il cui centro di gravità si colloca tendenzialmente in estremo Oriente.”[5]

Hobsbawm ha ammesso senza problemi l’approccio prevalentemente eurocentrico del suo libro; non era nella sua ottica e nel suo stile quello di rinnegare o anche solo di “mettere tra parentesi” il suo essere un europeo, britannico e marxista che ha attraversato tutto il secolo scorso. E per quanto riguarda la periodizzazione da lui utilizzata ha anche riconosciuto come questa non sia incompatibile con altre suddivisioni storiche.[6]

Il secolo breve (ovvero della Società di massa)

La lettura della sua opera allora può avvenire con lo stesso criterio: con gli occhi dell’oggi per cogliere le relazioni fra noi e il Secolo breve da lui descritto come l’Età degli estremi[7].

Provo, in prima battuta, ad estremizzarne una sintesi: essendo appunto due “gli estremi” il “secolo breve” è coinciso con un mondo bipolare sia nella fase più radicale di conflitto (la Seconda Guerra mondiale) con lo scontro fra i sostenitori del progresso e la reazione nazifascista (gli eredi dell’illuminismo e i suoi avversari) sia, dopo la conclusione della guerra, con lo scontro fra capitalismo e comunismo (la Guerra fredda). Scontro bipolare che non solo contrapponeva Stati, ma anche settori della popolazione all’interno degli stessi stati (conflitto ideologico e politico) con coinvolgimento attivo delle masse. E pertanto il Secolo breve è stato il secolo della Società di massa e, come sottolineerò, anche quello del pieno sviluppo dei mass media.

Alla prima fase del secolo, definita come la “Età della catastrofe” corrispondente alle due guerre mondiali, succede la “Età dell’oro” che coincide con il periodo della Guerra fredda e del pieno sviluppo capitalistico della società dei consumi. Il cambiamento è globale; con la fine degli imperi coloniali capitalismo e mercato si diffondono anche nel terzo mondo con una trasformazione complessiva delle società. Per la prima volta nella storia i contadini non rappresentano più la maggioranza della popolazione mondiale e la società arcaica con la sua struttura familiare e i suoi valori viene rapidamente travolta. L’equilibrio est-ovest stimola sul piano dell’innovazione entrambi gli antagonisti e, unitamente alla presenza di forti movimenti operai, porta allo sviluppo del Welfare State e più in generale ad una capacità di “autoriforma” dell’economia capitalistica.

Nei paesi dell’Europa orientale il “socialismo reale”, dopo una prima fase di sviluppo, vide a partire dagli anni ’70 un rallentamento dell’economia che successivi tentativi di riforma non riuscirono a fermare. Di qui un lento declino (una crisi strisciante) dell’URSS che nemmeno la “cura da cavallo” di Gorbaciov riuscì a fermare; anzi, la tutto sommato statica società sovietica non era preparata ad un cambiamento così radicale e sopravvenne la “frana” dell’URSS e dei suoi paesi satelliti.

Fu la vittoria del capitalismo e della democrazia liberale? Solo in parte perché la frana si ripercosse sugli equilibri globali e il capitalismo (che non coincide necessariamente con la democrazia liberale come la storia ha più volte dimostrato) perse la sua capacità di autoriforma. Gli stati diventarono sempre meno in grado di controllare una economia globalizzata, l’età della “frana” aperse la strada all’attuale “età della frantumazione” (tutto si frantuma: dalle famiglie agli stati) e all’età dell’equilibro bipolare subentrò quella degli squilibri e dell’incertezza.

Incertezza che ci portiamo come eredità in questo nuovo millennio dove tutto è cambiato (e velocemente tutto cambia) senza che si riesca ad intravvedere un futuro chiaro e nemmeno a ipotizzarne uno possibile ed auspicabile. Dirà Hobsbawm in una delle sue ultime opere[8] dedicata alle trasformazioni culturali del ‘900:

“Questo è un libro su quello che è accaduto all’arte e alla cultura della società borghese dopo che quella società se n’è andata con la generazione post 1914, per non tornare mai più. E in particolare su un aspetto dell’enorme cambiamento globale che l’umanità ha vissuto a partire dal Medioevo, terminato all’improvviso negli anni Cinquanta del Novecento per l’80 per cento del pianeta – negli anni Sessanta per tutti gli altri – quando le regole e le convenzioni che avevano governato le relazioni umane si erano logorate visibilmente. Di conseguenza, è anche un libro su un’epoca della storia che ha perso l’orientamento e che, nei primi anni del nuovo millennio, guarda avanti, con più ansiosa perplessità di quanto io ricordi nella mia lunga vita, senza una guida e una bussola, a un futuro inconoscibile.”

I mass media e il loro tramonto

Non è mia intenzione riproporre qui una storia, seppur sintetica, dei media – storia peraltro in gran parte notoria –, ma focalizzare lo stretto nesso fra la società di massa che ha caratterizzato il “Secolo breve” con i moderni mezzi di comunicazione di massa e come il tramonto del Secolo breve corrisponda in modo direi cronometrico anche al tramonto dei mass media. Tentando, se non di capire il senso e le tendenze del mondo storico e mediatico contemporaneo, almeno di farci alcuni interrogativi sull’oggi senza più utilizzare categorie ormai obsolete.

Gli antecedenti diretti dei mass media furono il telegrafo e il cinema.

Intorno alla metà dell’Ottocento si verificò nel mondo della comunicazione una nuova, profonda rivoluzione; si passò, lentamente ma inesorabilmente, dalla cultura tipografica alla cultura dei media elettrici e, successivamente, elettronici. Sino allora le notizie si erano mosse alla velocità del messaggero, cioè alla velocità delle gambe dell’uomo o del cavallo, della corrente dei fiumi o della locomotiva dei primi treni. … Questo stato di cose cambiò radicalmente per la scoperta di un artista americano, Samuel Morse, del telegrafo elettrico. In particolare, nel 1844, grazie a 30.000 dollari forniti dal Congresso, egli inaugurò un collegamento telegrafico tra Washington e Baltimora. … Fu soltanto «con l’avvento del telegrafo – nota McLuhan[9]– che i messaggi poterono viaggiare più in fretta del messaggero … Con il telegrafo l’informazione si è staccata da materie solide come la pietra e il papiro …» (Massimo Boldini, Storia della comunicazione, Newton, Roma 1995, p. 73)

Il 28 dicembre del 1895 i fratelli Lumière, in una sala del Gran Café di Parigi, proiettano per la prima volta ad un pubblico pagante (trentatré spettatori al prezzo di un franco) dieci brevi filmati; il primo di questi (L’uscita dalle officine Lumière) pertanto viene solitamente indicato come l’inizio della storia del Cinema. Se da un punto di vista tecnico si tratta di una evoluzione della fotografia (più fotografie in rapida successione) dal punto di vista mediale il salto è significativo: da una singola immagine a un flusso lineare finito (con un inizio e una fine) proiettato da un “emittente” a un gruppo di utenti che “ricevono” in contemporanea la sequenza filmica.

Non è la nascita dei mass media vera e propria, ma ci siamo vicini. L’evento che, secondo Ruggero Eugeni, segna questa nascita è normalmente ricordato per tutt’altro motivo: il naufragio del Titanic nella notte 14 fra il 14 e il 15 aprile del 1912.

“Nel 1912 l’affondamento del Titanic avviene per così dire in diretta: il transatlantico monta, tra le altre novità tecnologiche, il recente telegrafo senza fili della “Marconi Wireless Telegraph Company of America”; le segnalazioni inviate permettono dl salvare i 700 superstiti, ma anche di vivere a distanza la tragedia momento per momento. Non sappiamo con sicurezza se l’operatore della Marconi in servizio quella notte fosse David Sarnoff – come egli stesso afferma; sappiamo però che Sarnoff di lì a poco avrebbe maturato una idea rivoluzionaria: sfruttare la tecnologia dl trasmissione di segnali attraverso le ode hertziane non per comunicare da punto a punto, ma per trasmettere messaggi (soprattutto musica) da un unico punto di emittenza a infiniti punti dl recezione: con il progetto della “radio music box” (1916) nasce la rete broadcasting. Su questo nuovo principio a partire dal 1920 sorgono le prime stazioni radiofoniche, sia private che pubbliche.”[10]

Con il broadcasting si passa così da un flusso lineare finito ad un flusso lineare infinito e da un pubblico di utenti definito ad uno indefinito che riceve “in contemporanea” la trasmissione. David Sarnoff era ben consapevole della portata dell’innovazione e, oltre aver fondato la prima radio, divenne il dirigente dal 1919 al 1970 della RCA (Radio Corporation of America) e nel 1939 darà anche vita al primo network televisivo, la NBC (National Broadcasting Company).

La nascita dei moderni mass media elettronici può allora collocarsi tra 1912 e il 1916, proprio gli anni in cui, con la Prima guerra mondiale, inizia anche, secondo Hobsbawm, il Secolo breve. L’età degli estremi, della mobilitazione delle masse e dei totalitarismi è anche l’età in cui i mass media (radio, cinema, televisione) si originano, si diffondono e permettono di influenzare le masse da parte di chi li produce, trasmette e controlla economicamente e/o politicamente. Lo storico britannico ricorda in particolare il ruolo avuto dalla televisione grazie alla sua enorme diffusione che ne fece il medium più popolare prima negli Stati Uniti (anni ’50), poi in Gran Bretagna (anni ’60) e nei decenni successivi negli altri paesi: ad esempio “Negli anni ’80, circa l’80% della popolazione brasiliana aveva accesso alla televisione.”[11]

Certo vi sono state delle differenze, ad esempio tra i paesi dove l’emittenza era monopolio (o comunque in prevalenza) dell’ente pubblico e dove/quando la prevalenza è stata privata e in concorrenza fra più network. La moltiplicazione dei canali e la preponderanza del privato (unite a telecomando e alla videoregistrazione con possibilità di fruizione in differita) con la conseguente “libertà” di costruirsi un palinsesto personalizzato, non significa che il medium abbia perso la sua capacità di influenza e condizionamento. L’utilizzo da parte dei governi e del potere politico per certi versi è più esplicito nelle sue finalità e ha prevalso nei periodi di conflitto e nei paesi meno democratici; quello privato è naturalmente più in sintonia con le finalità commerciali della società dei consumi con un influsso che ovviamente non avviene soltanto nelle pause pubblicitarie. Senza dimenticare i molteplici esempi – da Reagan a Berlusconi – dove personaggi o detentori dei media si sono trasformati in potenti personaggi politici in un cortocircuito fra condizionamento e potere mediatico, economico e politico.

Ma se capacità di persuasione e condizionamento sono veicolati tramite i media “dall’esterno all’interno” degli spettatori, secondo Alain Ehrenberg

Alain Ehrenberg

negli anni ’80 vi è un momento di rottura, a suo modo rivoluzionario (e che avrà poi larga diffusione nel periodo dei new media) in cui non è il messaggio pubblico che irrompe nel privato dello spettatore ma, con la frantumazione della barriera fra privacy e pubblico dominio, si attiva il percorso inverso. Questo, secondo il sociologo francese, si è concretizzato per la prima volta una sera degli anni ‘80 allorquando, in una popolare trasmissione televisiva seguita da milioni di spettatori, una certa Vivienne ha tranquillamente ammesso di non aver mai provato l’orgasmo perché il marito era affetto da eiaculazione precoce.[12] È il tema che Serge Tisseron descrive come passaggio dalla intimità alla “estimità” ovvero alla tendenza a rendere pubblici aspetti ed esperienze della propria intimità[13]. Tendenza che permeerà nell’epoca digitale i social network più popolari.

E arriviamo, in questa rapida carrellata, a quello che possiamo considerare come il manifesto della frantumazione e superamento dei mass media e della loro epoca. È il 22 gennaio del 1984 quando viene trasmesso per la prima (e unica) volta in televisione 1984, spot della Apple per Macintosh.

                                  

 QUI: https://youtu.be/vNy-7jv0XSc

Il 24 gennaio Apple Computer presenterà Macintosh. E vedrete perché il 1984 non sarà come «1984».”

Lascio il commento a Ruggero Eugeni:

“Il filmato 1984 è oggi un caposaldo della storia della pubblicità audiovisiva: diretto da Ridley Scott (reduce dal film Blade Runner), osteggiato dalla Apple, fortemente voluto da Steve Jobs in persona, è senza dubbio molto più di un commercial: si tratta della visione teoricamente lucidissima di cosa sarebbero stati i media del futuro — ovvero i media di oggi. E della profezia altrettanto lucida che i media, oggi, non ci sarebbero più stati.

Il riferimento alla satira distopica di Orwell è sintomatico. … Dietro il Grande Fratello del commercial Apple si apre, infatti, l’intero panorama dei media Otto-novecenteschi e della loro stretta alleanza con i regimi totalitaristi che hanno contraddistinto il Secolo breve. Media … utilizzati da istituzioni e da Stati come strumenti di propaganda, di massificazione, di depersonalizzazione dell’individuo.”[14]

Il Mac non sarà un semplice PC, un calcolatore, ma un “nuovo media” che decreterà il tramonto dei “vecchi media” e il Grande fratello non potrà più ipnotizzare una massa passiva di sudditi con il suo grido totalizzante “We shall overcome”. Ma perché la profezia si compi saranno necessari due eventi paralleli: il crollo del Muro di Berlino (9 novembre 1989) cui segue nel biennio successivo la disgregazione dell’URSS e la nascita, tra il 1990 e il ’91, del World Wide Web.

Nello stesso anno indicato da Hobsbawm quale fine del Secolo breve, con l’apertura di una nuova fase storica (di transizione?) definita da Todorov come Il nuovo disordine mondiale[15], nasce infatti il Web che ibrida comunicazione telefonica (bidirezionale) e broadcasting. Il PC diventa un nuovo media, anzi un “meta-media” che non collega più centro-emittente e periferia di riceventi, ma infiniti punti fra loro (la rete) e rimette in circolo (ri-mediazione) i singoli media (fotografia, musica, giornale, televisione, cinema …) e li contamina fra loro generando ipertesti interattivi. E se, come sottolineava Walter Benjamin, l’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica[16] faceva sì che l’originale perdesse la sua aura, con il digitale la riproduzione (e la sua diffusione tramite il web) di un’opera digitale non dà vita a “una copia” ma a un “gemello” perfettamente identico. In sostanza non solo l’opera d’arte perde definitivamente l’aurea, ma si genera anche la scomparsa dell’originale: tanti originali, nessun originale.

Tramonta la gerarchia emittente/ricevente: ogni punto, ogni soggetto che opera in rete è sia emittente che ricevente; tramonta parallelamente l’autorevolezza (auctoritas) dell’autore in quanto con il web è possibile per chiunque la pubblicazione di testi, video, foto, ipertesti e di conseguenza nasce la figura del produttore/consumatore: il cosiddetto prosumer.

Se con il cinema avevamo un testo lineare e finito, con i mass media un testo lineare infinito (broadcasting) con il web e i social media ci troviamo (non di fronte ma immersi) in un ipertesto multimediale interattivo, reticolare e infinito.

Avevo già sottolineato in un post di cinque anni fa come il mondo digitale non sia affatto “virtuale” ma reale, una espansione del reale, come d’altronde è sempre avvenuto per tutti i prodotti della tecnologia; è doveroso aggiungere come, grazie al wireless e al moltiplicarsi delle strumentazioni di connessione, alla loro portabilità (tablet, smartphone, navigatori …) e indossabilità (Google Glass, smartwatch, sportwatch con GPS, ecc.), oggi risulti sempre più difficile distinguere ciò che è digitale da ciò che non lo è. I new media sono sempre più onnipresenti e sempre connessi: se all’inizio con il PC fisso potevo entrare e uscire dalla rete (online e offline) oggi ne siamo immersi; Ruggero Eugeni definisce questa nuova situazione come Condizione postmediale o amoderna mentre Luciano Floridi la chiama Condizione onlife (né online offline): siamo infatti immersi in quella che lui chiama “Infosfera[17], un mondo in cui analogico e digitale, organismi naturali e prodotti artificiali  interagiscono e fondono senza soluzione di continuità. E se prima il digital divide indicava la frattura fra chi aveva accesso alla tecnologia e a Internet e chi ne era escluso, oggi, secondo Floridi, indica la divisione fra chi è onlife (costantemente connesso) e chi invece no.

Alcuni interrogativi[18]

  • La tendenza alla frantumazione degli Stati plurinazionali (e tutti almeno un po’ lo sono) e la conseguente proliferazione di nuovi Stati, è inarrestabile? L’osservazione di Hobsbawm “Il mondo più comodo per i giganti multinazionali è un mondo popolato da staterelli nani o un mondo del tutto privo di stati” (p. 331) è anche una profezia? E tale tendenza va sempre contrastata? O non è “giusto” sostenere ad esempio la necessità di uno Stato Curdo e di altri popoli senza stato?
  • In un mondo dove i conflitti proliferano, le armi sono di sempre più facile accesso e gli organismi internazionali (ONU in primo luogo) privi di effettivo potere, come intervenire per limitare guerra e conflitti? I movimenti pacifisti hanno sinora dimostrato non solo altalenante capacità di mobilitazione ma, anche nei momenti migliori, scarsa incidenza.
  • L’Ottocento e in particolare il Novecento sono stati secoli di laicizzazione e i conflitti a base religiosa sono stati sostituiti da quelli nazionali e ideologici (l’età degli estremi). Oggi la dinamica sembra inversa, con la rinascita di conflitti religiosi e con un processo di de-laicizzazione che sta riportando il mondo (per vari motivi, compreso quello demografico: “in tutto il mondo i gruppi più religiosi hanno il più alto tasso di natalità[19]) a una prevalenza di popolazione credente e osservante nelle diverse religioni. Ha senso e come va impostata una battaglia laica oggi?
  • La “frantumazione” generata dal capitalismo finanziario e dal neoliberismo non ha colpito solo gli Stati, ma anche (e per certi versi soprattutto) le società con il progressivo declino dei “corpi intermedi” e delle strutture della società civile (sindacati, associazioni, ecc.) lasciando gli individui e i gruppi sociali sempre più soli. In più casi questa “disintermediazione” è stata sostenuta anche da forze politiche di origine operaia (il laburismo a trazione blairiana e il partito democratico a guida renziana) nella illusione che favorendo in questo modo lo sviluppo si sarebbe accresciuto il benessere di tutti. Sono invece aumentate le diseguaglianze. Come rigenerare questi “corpi sociali intermedi” e come eventualmente dar vita a nuovi?
  • Un interrogativo che è soprattutto un dubbio: la fase attuale del capitalismo finanziario e la globalizzazione sono fra loro intrinseche e vanno rifiutate (o accettate) entrambe o è possibile contrastare il primo e accettare i vantaggi della seconda?
  • La tendenza alla frantumazione, accompagnata dall’irruzione dei social network, rende deboli le comunità locali e l’identità collettiva. Siamo sempre più di fronte a quella che io chiamo “la società degli io” con la debolezza e fragilità di un qualsiasi “noi”. Non ovunque è così, ma sembra che gli unici “noi” consistenti siano quelli plebiscitari di regimi e stati non (o assai poco) democratici. C’è una terza via fra il fragile individualismo (proprietario?) che ricerca una propria identità nell’estimità narcisisticamente esibita nei social, e l’identificazione totalitaria in un leader energico e potente?
  • È possibile dar vita a comunità nuove, non chiuse e non fragili, in grado di progettare il proprio futuro e dare una base più solida alle identità plurime in cui ognuno di noi è interrelato? Le comunità territoriali sono sottoposte a processi economici e sociali di disarticolazione, quelle online sono instabili e si succedono con una rapidità che le rende aleatorie (oppure si rinchiudono in nicchie irrilevanti). Si possono ipotizzare nuove comunità in grado di integrare territorio e partecipazione online all’interno di visioni progettuali chiare? E i new media possono essere declinati in questa prospettiva?

 

—————

Il secolo breve[20] (Scheda di lettura)

Riporto di seguito, le note ed appunti che ho trascritto durante la lettura, soffermandomi sugli aspetti che più mi paiono pregnanti per leggere e tentare di capire il mondo d’oggi. Non un riassunto né una schematizzazione organica: molti spunti senza alcuna pretesa di ordine o sistematicità unitamente (>> fra parentesi) a qualche osservazione e considerazione personale.

Il secolo: uno sguardo a volo d’uccello (pp. 13-30)

Ironia della storia: è stata l’URSS a salvare il capitalismo spingendolo ad autoriformarsi (>> e dopo la disintegrazione dell’impero sovietico il capitalismo non sarà più capace di riformarsi di propria iniziativa)[21].

Nel corso del secolo breve si delinea un mondo dove la maggioranza umana non è più contadina; un mondo più ricco ma più diseguale.

Con un’economia mondiale integrata l’umanità non è più artefice del suo destino (>> Il controllo sfugge non solo ai singoli ma sempre più anche agli Stati).

Tre le diversità fondamentali fra il mondo del 1914 e quello successivo al 1991:

  1. Non è più un mondo eurocentrico con spostamento del baricentro dall’Atlantico al Pacifico.
  2. Cresce la consapevolezza di vivere in un mondo globale ma che la politica è incapace di governare.
  3. Disintegrazione dei vecchi modelli sociali, ancora fortemente presenti nel 1914, di rapporto di continuità fra le generazioni per dar vita a un individualismo asociale: “una società che consiste nell’assemblaggio di individui egocentrici fra loro separati” (29) (con la perdita autodistruttiva di ogni bene comune).

(>> La società degli “io”: mi vien da pensare che i nuovi movimenti autoritari non saranno costruiti su miti collettivi – patria, tradizione, ecc. – ma su sulla assolutizzazione egoistica degli interessi individuali. Un “me ne frego” totalmente autocentrato).

Il vecchio secolo non è finito bene.” (30)

L’età della catastrofe (pp. 31-265)

L’epoca della guerra totale. Nella prima guerra mondiale gli obiettivi delle nazioni belligeranti non erano più “delimitati” a determinate questioni e

Trincea (Grande guerra)

annessioni territoriali: la posta in gioco era il futuro di espansione delle rispettive economie e pertanto “aveva come posta scopi illimitati” (43).

Ancor più della Grande Guerra, la seconda guerra mondiale fu combattuta sino alla resa finale, senza che si pensasse seriamente a soluzioni di compromesso da nessuna delle due parti … Si trattava infatti per entrambi gli schieramenti di una guerra di religione o, per usare una terminologia moderna, di una guerra di ideologie. Per molti paesi coinvolti era anche, palesemente, una guerra per la vita” (58) schiavitù o morte era il destino dei popoli invasi dal Reich. “Perciò la guerra venne condotta senza limiti. La seconda guerra mondiale rappresenta l’allargamento della guerra di massa in guerra totale”. Coinvolgimento di tutta la popolazione, non solo al fronte.

Crescita della brutalità a partire dal 1914 sia in guerra che oltre: ricomparsa della tortura come consuetudine.

L’accrescersi delle brutalità non si dovette tanto allo scatenamento del potenziale di crudeltà e di violenza latente nell’essere umano, che la guerra naturalmente legittima … Una ragione rilevante della crescita della barbarie fu piuttosto l’inedita democratizzazione della guerra. I conflitti generali si trasformarono in ‘guerre di popolo’ sia perché i civili e la vita civile diventarono obiettivi diretti e talvolta principali della strategia militare, sia perché nelle guerre democratiche … gli avversari sono naturalmente demonizzati” (66).

Minor brutalità di era invece nelle guerre aristocratiche o condotte da professionisti.

Un’altra ragione fu la nuova conduzione impersonale della guerra, in base alla quale uccidere e ferire diventavano conseguenze remote del premere un pulsante o del muovere una leva. La tecnologia rendeva invisibili le sue vittime mentre ciò non accadeva quando si sventravano i nemici con la baionetta … Laggiù, al suolo sotto i bombardieri, non c’erano persone che stavano per essere bruciate o maciullate, ma obiettivi. Giovanotti gentili, ai quali non sarebbe certamente piaciuto affondare la baionetta nel ventre di una donna incinta di qualche villaggio, potevano assai più facilmente sganciare tonnellate di esplosivo su Londra o su Berlino o bombe atomiche su Nagasaki e Hiroshima,” (67)

(>> Il rapporto – assai stretto – fra democrazia e guerra andrebbe approfondito a partire dalla democrazia ateniese: ad es. il pugno di ferro contro la ribelle Mitilene e il “democratico” dibattito se punire con la morte tutti gli abitanti – o quanti – della colonia ribellatasi. Non è solo il problema dei limiti da porre alla democrazia o stabilire se essa sia un fine oppure un mezzo[22] ma il richiamo alla consapevolezza di quella che io chiamo “dialettica del rovesciamento” per cui idee, ideologie, istituzioni possono rovesciarsi nel loro esatto contrario, la libertà nella soppressione della libertà, l’eguaglianza nella più radicale diseguaglianza e così via. Un esempio che mi ha particolarmente colpito è il rovesciamento di ruoli che Gesuiti e Francescani hanno avuto (e ancora ne permangono effetti e comportamenti) nel passaggio dall’Europa al Nuovo mondo: a fianco delle popolazioni locali i primi, a sostegno del potere coloniale i secondi. A Quito la Chiesa del Gesù richiama sia all’esterno che all’interno il culto solare degli Inca, mentre la Chiesa di San Francesco campeggia a fianco dei palazzi del potere.

Non è un caso che Adorno e Horkheimer iniziarono la loro Dialettica dell’illuminismo[23] nel 1942, nel pieno della guerra: “…è sempre accaduto al pensiero vittorioso, che, appena esce volontariamente dal suo elemento critico per diventare uno strumento al servizio di una realtà, contribuisce, senza volerlo, a trasformare il positivo che si è eletto in qualcosa di negativo e di esiziale. … Se l’illuminismo non accoglie in sé la coscienza di questo momento regressivo, firma la propria condanna”.)

Il modello leninista di partito “paragonabile agli ordini monastici e cavallereschi nel Medioevo cristiano … conferì un’efficacia sproporzionata anche a piccole organizzazioni” (96): modello di partito costituito da élites (avanguardie) particolarmente diffuso nei paesi extraeuropei.

Ruolo della prima guerra mondiale nella nascita della estrema destra fascista e nazista: “impatto su uno strato sociale medio e medio-basso, composto di soldati e di giovani che, dopo il novembre 1918, erano frustrati per aver perso la loro occasione eroica” (153); non solo pertanto come reazione al comunismo.

Populismi latino-americani che fondono il mito del popolo con nazionalismo e fascismo: “devono essere considerati come parte del declino del liberalismo nell’Età della catastrofe”. (165)

Tra le due guerre le democrazie erano fragili e non in grado di produrre governi stabili; “la democrazia parlamentare negli stati che succedettero ai vecchi imperi, come pure in molti paesi mediterranei e nell’America latina, era una pianta debole che cresceva in un terreno sterile. … Per quanti oggi guardano dietro al periodo tra le due guerre, la caduta dei sistemi politici liberali può sembrare come una breve interruzione nella loro conquista secolare del pianeta. Purtroppo mentre si avvicina il nuovo millennio, le incertezze sul futuro della democrazia non appaiono più così remote. Può darsi che il mondo stia infelicemente entrando in un periodo in cui, di nuovo, i vantaggi della democrazia non appariranno così ovvi com’è accaduto fra il 1950 e il 1990.” (171)

(>> Tragica e attendibile previsione: la democrazia dove c’è – e in molti stati, dall’Egitto alla Turchia alla Russia, il modello di elezioni plebiscitarie dà vita a regimi che è difficile definire democratici – è sempre più a rischio per le minacce che provengono sia dall’alto – dalla sempre più evidente insofferenza da parte del capitale finanziario per le ‘pastoie’ della democrazia – che dal basso: i movimenti sovranisti e xenofobi che prepongono paure e “sicurezza” a libertà ed eguaglianza civile.)

Durante la seconda guerra mondiale si realizzò l’alleanza fra USA e URSS. Non più (per il momento) capitalismo VS comunismo (o socialismo), ma progresso vs reazione (gli eredi dell’illuminismo contro i suoi oppositori): guerra internazionale e guerra civile interna (ma anche una sorta di guerra civile internazionale) oltre i nazionalismi.

La guerra civile spagnola fu l’anticipo della guerra mondiale. Facilitò poi l’alleanza antifascista.

La seconda guerra mondiale modificò più o meno tutti gli stati, salvo USA e URSS.

Dopo il 1914 cambiò anche il mondo dell’arte; le avanguardie furono essenzialmente due il dadaismo (ironia e gioco) che sfociò poi nel surrealismo (sogno e inconscio); mentre in ambito architettonico il costruttivismo che influenzò la Bauhaus. Siamo nell’ambito delle avanguardie (e delle élites).

Non fu però lo stimolo dell’avanguardia a conferire importanza alle forme artistiche di massa dell’epoca … Lo sviluppo più interessante in questo settore di media cultura fu la straordinaria esplosione di un genere che aveva già dato qualche segno di vita prima del 1914, ma senza far presagire i successivi trionfi: la storia poliziesca, ora scritta in forma di libro. … Il genere poliziesco è interpretabile come una sorta di curiosa invocazione a un ordine sociale minacciato (dall’omicidio), ma non ancora infranto. … L’ordine è restaurato dalla ragione applicata per risolvere il caso dall’investigatore. … Era un genere profondamente conservatore, ma ancora molto ottimistico …” (232-233)

Già nel 1914 nei paesi occidentali l’esistenza su vasta scala dei mezzi di comunicazione di massa poteva esser data per scontata. Tuttavia la loro crescita fu spettacolare nell’Età della catastrofe” (233): la stampa (che riguarda sostanzialmente un’élite anche se sempre più numerosa), il cinema che con il sonoro contribuì a rendere l’inglese lingua universale, e la radio potente strumento di condizionamento (per es. gli orari di vita) utilizzato sempre più consapevolmente dai governanti. La diffusione dei mass media corrisponde alla crescita dell’egemonia culturale degli USA.

Nel 1937 Hollywood sfornava 567 film, quasi più di dieci film alla settimana. La differenza tra la capacità egemonica del capitalismo e il socialismo burocratizzato sta tutta nel divario fra questa cifra e i 41 film che l’URSS affermava di aver prodotto nel 1938.” (234)

L’Età della catastrofe, con le due guerre mondiali, portò alla fine degli imperi e del colonialismo; la rivoluzione russa ebbe più influsso nei paesi coloniali che in quelli occidentali e agì da potente stimolo alla decolonizzazione.

 

L’età dell’oro (pp. 265-468)

Dal 1945 alla fine dell’Unione Sovietica (1991) “la storia dell’intero periodo è stata saldata in un unico contesto … dal costante confronto delle due superpotenze: la cosiddetta Guerra fredda”. (267) Corsa degli armamenti, guerre locali: quelle pareggiate (Corea) e quelle perse dalle superpotenze (Vietnam, Afganistan).

Dopo un periodo di crisi (Berlino, Congo, Cuba) “il risultato conclusivo di quella fase di minacce reciproche e di sfida vertiginosa fu un sistema internazionale relativamente stabilizzato e un tacito accordo fra le due superpotenze a non terrorizzare se stesse e il mondo, simbolicamente rappresentato dall’installazione della linea telefonica ‘calda’ che dal 1963 collegò direttamente la Casa Bianca e il Cremlino.” (287)

La crisi si riaccese all’inizio degli anni ’80 con la presidenza Reagan e le umiliazioni subite (soprattutto in Iran) con azioni militari (Granada 1983; Libia 1986; Panama 1989.)  

La Guerra fredda finì quando … le superpotenze riconobbero la sinistra assurdità della corsa alle armi nucleari e quando … accettarono di credere nel sincero desiderio dell’altra di porvi fine.” (294) Ruolo fondamentale di Gorbačëv. “Ai fini pratici la Guerra fredda finì con i due vertici di Reykjavík (1986) e di Washington (1987).” (295)

Non la guerra fredda ma la distensione fece crollare l’URSS.

Cambiamenti prodotti guerra fredda:

  1. Oscurate tutte le rivalità e conflitti internazionali precedenti mettendo ovunque al primo posto quello fra comunismo e capitalismo.
  2. Congelamento della situazione internazionale: ad es. Germania divisa per 46 anni. “Gli Stati Uniti non erano disposti a tollerare che in Italia, in Cile o in Guatemala andassero al governo i comunisti i filocomunisti più di quanto l’URSS fosse disposta a rinunciare al proprio diritto di inviare truppe nei paesi fratelli retti da governi dissidenti come l’Ungheria o la Cecoslovacchia.” (299)
  3. La Guerra fredda ha riempito il mondo di armi in modo superiore ad ogni immaginazione. Tutti esportano armi e tutti si armano.

(>> La fine dell’equilibrio fra le due superpotenze ha aperto il mondo a scenari instabili e imprevedibili: cambiano le motivazioni dei conflitti con il ritorno anche di nazionalismi e conflitti religiosi in un mondo “non più congelato” dove i soggetti in grado di modificare gli equilibri regionali e globali si moltiplicano e si succedono rapidamente. L’accesso ormai agevole ai grandi arsenali di armi facilita il proliferare dei conflitti. La priorità del mondo attuale mi pare la lotta alla guerra e alle armi (tutte le armi). Se si intravede una speranza, in un mondo che sembra lasciarne assai poche, è nell’azione “irriducibile” di alcune ONG, nel coraggio di alcuni reporter che non smettono di porci davanti agli orrori dei conflitti e nei giovanissimi statunitensi del March for our lives che in modo assai più deciso e prorompente che in passato sono scesi in piazza contro la lobby delle armi dopo l’ennesima strage, a Parkland in Florida, in una scuola.)

Dall’inizio degli anni ’50 sino a metà degli anni ’70 nel mondo occidentale furono gli Anni d’oro. Sviluppo dell’economia e dei consumi non solo basata sul laissez faire. Tendenza dell’economia a emanciparsi dagli stati nazionali; integrazione economica su scala planetaria e proliferazione di nuovi (piccoli) stati.

Il mondo più comodo per i giganti multinazionali è un mondo popolato da staterelli nani o un mondo del tutto privo di stati”. (331) Inizia un processo di delocalizzazione delle industrie che da allora in avanti sarà inarrestabile.

Non fu solo una rivoluzione economica ma una vera e propria la rivoluzione sociale che investe la seconda metà del secolo. “Quando gli uomini si trovano di fronte a qualcosa di nuovola parola chiave fu post … Il mondo, o i suoi aspetti più rilevanti divenne post-industriale, post-imperiale, post-strutturalista, post-marxista, post-Gutenberg e affini … In tal modo la più grande, veloce e universale trasformazione della storia umana entrò nella coscienza di chi la stava vivendo” (339-340)

Declino della classe contadina sia in occidente che nei paesi “arretrati” grazie allo sviluppo di produttività agricola, biotecnologia e meccanizzazione. Le città si riempiono: il mondo è sempre più un mondo urbanizzato. Aumento delle occupazioni che richiedono istruzione medio alta con esplosione iscritti all’università. Ribellione del ’68; universitari non più piccola élite ma nemmeno sufficienti per “rivoluzionare” la società. Diventano detonatori verso strati più vasti (ceti operai). Qualora agiscano da soli danno vita al terrorismo.

Fino agli anni ’80 la popolazione operaia non subì grandi “terremoti” ma rimase stabile (eccetto USA): almeno un terzo degli occupati, e parzialmente crebbe (specie nei paesi del terzo mondo); subì invece le conseguenze delle nuove tecnologie con crescenti differenziazioni al suo interno. Da qui la parziale trasformazione e il declino della sua coscienza.

Le donne, specie sposate, che lavorano passano dal 14% del 1940 alla metà e anche più del 60% in alcuni casi nel 1980. Più lavoro, accesso crescente all’università; diritto voto, divorzio e aborto, in politica. Nel mondo socialista alta è l’occupazione femminile ma quasi nessuna donna ha cariche politiche.

Alla rivoluzione sociale corrisponde una rivoluzione culturale che fa declinare le concezioni tradizionali.

Le manifestazioni che hanno successo non sono necessariamente quelle che mobilitano il maggior numero di persone, ma quelle che mobilitano il maggior interesse tra i giornalisti. Con appena un po’ di esagerazione si potrebbe dire che cinquanta persone intelligenti, che con una iniziativa di successo ottengono cinque minuti in TV, possono avere un effetto politico paragonabile a quello di mezzo milione di dimostranti.” (Pierre Bourdieu, 1994) (377)

Alla base vi è la crisi del modello di famiglia stabile e patriarcale con separazioni, divorzi, coppie di fatto e famiglie mono-genitoriali.  Non solo in occidente ma in tutto il mondo.

La Gioventù diventa un agente sociale indipendente. Icona dell’eroe che muore prima che termini la giovinezza (es. James Dean) e che pertanto rimane eternamente giovane. Anticipo della pubertà: l’età giovanile vista come fulcro della vita (come nello Sport) anche se il potere (specie politico) era ancora dei vecchi. L’età adula passa dai 21 ai 18 anni.

I genitori non più come modello e depositari di conoscenze. Cultura giovanile sempre più internazionale (ad egemonia USA): fra le due guerre l’egemonia USA è diffusa dal cinema. Poi dalla TV e dalla musica (dischi, cassette).

Il tutto è stato favorito dall’allungamento dell’età degli studi e dal potere d’acquisto dei giovani (e delle giovani). Mercato per i giovani che favorisce la diffusione di una specifica identità giovanile. L’età dell’oro accentuò il divario fra le generazioni. Nel terzo mondo il divario generazionale (per l’alta natalità) divenne ancora più ampio.

La cultura giovanile divenne la matrice di quella più ampia rivoluzione culturale che, modificando i costumi, il modo di trascorrere il tempo libero e la grafica pubblicitaria, creò sempre di più la particolare atmosfera nella quale era immersa la vita di uomini e donne che abitavano nelle città.” (388)

Due le caratteristiche della cultura giovanile dagli anni ’50:

  • cultura demotica” (da demos, popolo) ovvero i giovani del ceto medio alto imitano la cultura ceti bassi (vestiti, musica, linguaggio ecc.). Se prima i ceti bassi copiavano quelli alti ora avviene l’inverso: dal blues, ai blue jeans ecc., all’intercalare con parolacce;
  • cultura antinomiana (avversa alle regole, alle norme); al centro nel 1968 (vietato vietare): esaltazione della soggettività (“il personale è politico”, amore&rivoluzione”). Il sesso come attività dove più immediatamente si infrangono le regole”. Poi alcol e droghe (prima leggere poi eroina e cocaina). Omosessualità (da render pubblica) che emerse negli anni ’70. Autonomia illimitata del desiderio individuale. Analogia con la società dei consumi: centralità del soddisfacimento dei desideri.

“La rivoluzione culturale degli anni ’60 e ’70 può dunque essere intesa come il trionfo dell’individuo  sulla società, o piuttosto come la rottura dei fili che nel passato avevano avvinto gli uomini al tessuto sociale. … da ciò anche il senso di incomprensione tra coloro che avvertivano questa perdita e coloro che erano troppo giovani per aver conosciuto qualcos’altro che non fosse una società anomica.” (393-394)

Diffusione del neoliberismo e dell’individualismo di matrice statunitense (ma non solo). Margaret Thatcher: “La società non esiste; esistono solo gli individui”. (396)

L’individualismo ha colpito, soprattutto in occidente, le comunità cattoliche (es. Québec, Irlanda, Italia): crollo dei numero dei figli, calo della partecipazione alla messa ecc. (laicizzazione). Famiglie sempre più nucleari. Crollo delle vocazioni al sacerdozio.

Il ruolo della famiglia era centrale per sorreggere l’economia agricola e la prima economia industriale. Anche per garantire il rispetto dei contratti; solo successivamente questo ruolo sarà assunto dalla Stato: in sua assenza era garantito dai legami di sangue e di comunità (es. gruppi religiosi).

Lo stato assistenziale sopperisce al dissolversi dei legami familiari e comunitari di aiuto. “Il ruolo della famiglia e della parentela diminuisce con il crescere dell’importanza delle istituzioni statali” (399). Ricomparsa della “sottoclasse” (gli emarginati non in grado di guadagnarsi da vivere. Es. neri negli USA, immigrati, ecc.); poveri senza legami di aiuto. Nei periodi di crisi la parcellizzazione sociale (assenza di reti di aiuto) mostra i suoi limiti. L’ideologia individualistica capitalistica ha remato contro se stessa.

La decolonizzazione e la rivoluzione trasformarono vistosamente la mappa politica del pianeta. In Asia il numero degli stati indipendenti, riconosciuti a livello internazionale, si quintuplicò. In Africa, dove nel 1939 c’era un solo stato indipendente, dopo la decolonizzazione ce ne furono una cinquantina. Persino nelle Americhe, dove la decolonizzazione dell’inizio dell’Ottocento si era lasciata alle spalle in America latina circa venti repubbliche, un’altra dozzina se ne aggiunsero dopo la decolonizzazione novecentesca. Il fatto importante riguardo a questi nuovi stati non era però il loro numero, quanto l’enorme peso e la crescente pressione demografica che essi collettivamente esercitavano.” (405)

Diffusione del capitalismo ma con assetti politici diversi dalle democrazie occidentali: ruolo importante dei militari e delle autorità (e organizzazioni) religiose. Aumento delle differenze fra Nord e sud. Dagli anni ’70 si sviluppa il processo di globalizzazione dell’economia. Corruzione delle élite locali e reazioni fondamentaliste, antimoderniste. Migrazioni massicce dalle campagne alle città. Rivoluzione verde nelle campagne: coltivazione di varietà di cereali selezionate e sviluppo di coltivazioni destinate all’esportazione. Migrazioni e rimesse degli emigrati che trasformano le economia e le tradizioni di quei paesi. Nell’Area asiatica dell’URSS e nel Caucaso vi era però un terzo mondo tradizionale che fu conservato perché “la rivoluzione comunista fu una macchina che funzionò in senso conservatore” (432). Le masse giovani inurbate entrarono in conflitto con le vecchie élite occidentalizzate e laicizzate; in quelli asiatici e in quelli islamici con il conflitto si espresse “tra i vecchi leader laici e la nuova democrazia di massa islamica”. In altre aree con movimenti di lavoratori non socialisti (es. PT brasiliano) sostenuti dal clero cattolico. Estrema varietà di esiti e indirizzi in tutto il “terzo mondo”: unico fattore comune l’instabilità.

Il socialismo reale (436-468). Dopo la prima guerra mondiale l’unico impero sopravvissuto fu quello russo, non più sotto gli zar, ma sotto i bolscevichi. Area dei paesi socialisti, separata politicamente ed economicamente come sul piano della conoscenza e dell’informazione. L’ostracismo occidentale favorì la separazione e anche il riparo dalla crisi di Wall Street. Solo negli anni ‘70 e ‘80 l’universo economico del “campo socialista” incominciò ad integrarsi col mondo occidentale. Ma questo fu l’inizio della sua fine. L’isolamento era considerato una necessaria difesa prima dell’esportazione della rivoluzione a livello mondiale. Per prima cosa era necessario superare l’arretratezza: modello di pianificazione per paesi arretrati (come per le ex colonie) con sviluppo accelerato. La base venne posta durante la guerra civile (economia di guerra).

Due tendenza a confronto: gradualismo (Bucharin) vs accelerazione. NEP optò per una crescita economica equilibrata. Con Stalin invece prevalse l’industrializzazione forzata (Economia pianificata: piani quinquennali) e lo sfruttamento dei contadini con la collettivizzazione. Industrializzazione rapida e mantenimento della popolazione di poco al di sopra della sussistenza. Il tutto portò ad una rottura con la tradizione democratica del socialismo europeo: centralizzazione non solo economica ma anche politica (centralismo “democratico”). Sotto Stalin prevalse l’autocrazia con la fine della divisione dei poteri. Culto del capo (Mausoleo di Lenin): Lenin non pensava (come poi invece Stalin) alla teoria come una sorta di religione di stato (il “marxismo-leninismo”). Stalin “trasformò i sistemi politici comunisti in monarchie non ereditarie” (456).

Nel XVII congresso PCUS (1934) vi era la presenza di una opposizione a Stalin. Nel XVIII (1939) solo 37 delegati dei 1827 del ’34 erano ancora presenti mentre gli altri tutti epurati: la repressione di Stalin fu soprattutto contro il suo stesso partito. Sembrerebbe aver prevalso la paranoia rispetto al machiavellismo, al fine che giustifica ogni mezzo; c’era la volontà di eliminare ogni contrappeso e ogni altro possibile potere. Rinascita delle barbarie nel XX secolo rappresentata dal gulag. Però il sistema sovietico non era “totalitario”, non imponeva un pensiero unico a tutta la popolazione (a parte il partito e l’apparato statale) ma alla classe dominante (partito-stato): questo spiega il gran peso che assunse la cultura dissidente negli anni ’60-70.

Ungheria 1956

Gli altri stati comunisti si uniformarono al modello sovietico: partito unico e centralismo economico; in Germania est, Romania, Polonia e Ungheria fu imposto dalle truppe sovietiche; altrove da spinte e forze locali. Anche nei primi quattro paesi inizialmente ci fu appoggio popolare.

In Cina autonomia dall’URSS e appoggio formale (rottura poi con Chruščëv). Nel 1948 rottura con Tito ma il modello sostanzialmente non differiva. La crisi del blocco comunista si ebbe dal 1956 col XX congresso. Leadership riformiste in Polonia; rivoluzione in Ungheria con Nagy: no al partito Unico, no al patto Varsavia e neutralità; questo non fu accettabile per l’URSS e nel novembre scattò l’invasione e repressione sovietica. Non ci furono ripercussioni da parte occidentale: prevalse il principio di non ingerenza reciproca fra campo comunista e occidente (con l’eccezione di Cuba).

Nel 1968 emerge il movimento operaio polacco: un percorso classico di sindacalismo ma in funzione “antisocialista”.

(>> Un altro esempio di dialettica del rovesciamento: gli operai contro coloro che si autoproclamavano quali rappresentanti del potere proletario e del movimento operaio. Ne ho un ricordo netto anche visivamente: le immagini rimbalzate in occidente degli operai polacchi del tutto simili nei comportamenti di lotta, e sin modo di vestire, a quelli italiani mentre la “controparte” rappresentata dai sindacati ufficiali che si comportava (e vestiva) come i nostri rappresentanti del patronato.)

In Cecoslovacchia l’opposizione fu soprattutto interna al partito e in particolare slovacca (Dubcek): gli obiettivi erano la decentralizzazione economica congiunta ad una liberalizzazione culturale. Riflesso del ’68 anche all’est: primavera di Praga. Accoglienza calorosa a Praga di Tito e Ceausescu alla ricerca di una “terza via” comunista; anche in questo caso l’URSS effettuò l’intervento militare e in questo modo, per altri 20 anni, impose la compattezza del blocco comunista con la minaccia delle armi. Da sottolineare come fino agli anni ’50 l’economia di questi paesi crebbe, poi rallentò e l’occidente la superò nettamente (cosa ad es. visibilissima nel confronto fra lo sviluppo delle due Germanie).

 

La frana (pp. 469-675)

(>> Questa, a mio parere, è la sezione più interessante, o meglio la più attuale, per la grande capacità di Hobsbawm di descrivere e anticipare processi che ancora caratterizzano il mondo odierno. Seguo pertanto la scansione del testo con maggiore corrispondenza e lasciando più spazio alle citazioni dell’autore.)

I decenni di crisi (cap. XIV)

[1] La crisi globale iniziò dopo il 1973, ma venne riconosciuta solo dopo il crollo dell’URSS; in quei 20 anni si parlò di recessioni, per non richiamare la grande catastrofe del ’29. Crisi per certi versi inspiegabile date le innovazioni (es. rapidità delle informazioni e flessibilità nelle produzioni in modo da rispondere alla mutazioni della domanda). Crescita più lenta e crisi in Africa, Asia occidentale e America latina. Nell’Est Europa calo del prodotto

Coefficiente Gini

lordo. Diverso il caso della Cina che nello stesso periodo cresce rapidamente. In Europa la crescita economica si accompagna con l’aumento della disoccupazione nonostante la stagnazione della popolazione. Aumento della povertà anche nei paesi più ricchi. Aumento delle diseguaglianze registrabile con il Coefficiente Gini. Fine dell’aumento quasi automatico delle retribuzioni. La spesa assistenziale moderò gli effetti della crisi, ma la sua crescita incise negativamente sull’economia. Il fattore più dirompente era l’incontrollabilità del sistema.

Nessuno sa come affrontare le variazioni capricciose dell’economia mondiale né possiede gli strumenti per controllarle. Lo strumento più importante usato nell’età dell’oro, cioè la politica direttiva dello stato, coordinata a livello nazionale o internazionale, non funziona più. I decenni di crisi hanno segnato la perdita del potere economico da parte dello stato nazionale.” (477)

Non lo si capì subito e si riproposero vecchie ricette. All’opposto i liberisti erano all’offensiva (premi Nobel a liberisti, es. Milton Friedman nel 1976). Colpo di Stato in Cile nel 1973 e applicazione nel paese del totale laissez faire a dimostrazione che il libero mercato che non implica affatto la democrazia politica. Novità come la stagflazione (stagnazione economica e inflazione).

Confronto fra opposte concezioni. Keynesiani: alti salari, pieno impego e stato assistenziale alimentano espansione: bisogna stimolare la domanda. Neoliberisti: solo l’incremento dei profitti è il vero motore della crescita economica (in economia capitalistica): la mano nascosta del libero mercato che alla fine produrrà il benessere per tutti.

Scontro più ideale che “fattuale”. Divaricazione fra le richieste dei capitalisti e quelle dei lavoratori (mentre nell’età dell’oro l’aumento dei profitti e quello dei redditi potevano procedere parallelamente).

Il modello Svedese (piena occupazione, espansione pubblico impiego, assistenza con scarsa crescita redditi e tasse alte) senza crescita entrò in crisi dalla metà anni ’80. Ciò che incise maggiormente fu però la mondializzazione dell’economia (salvo negli USA per la sua grandezza) che metteva le singole economie alla mercé del mercato mondiale. Politiche di austerità nel tentativo di ridurre la spesa pubblica. (480)

Il Neoliberismo sferrò la sua critica all’economia mista: il privato è bello mentre lo stato è il problema. Ormai la spesa pubblica era il 25% negli USA e almeno il 40% in Europa. E non bastava introdurre criteri imprenditoriali nel pubblico (finzione ideologica). Anche la Thatcher aumentò le tasse.  E Reagan aumentò la spesa pubblica (spese militari) pur adottando ufficialmente il monetarismo (criterio della parità di bilancio). E si venne a scoprire che in quegli anni l’economia maggiormente in crescita era quella cinese e i manager … si misero a studiare Confucio.

I nuovi processi alla base del instabilità: la sostituzione progressiva dell’abilità dell’uomo con quella delle macchine con la conseguente crescita disoccupazione. La eliminazione di manodopera a un ritmo elevato si produsse anche nei settori industriali in espansione (es. dipendenti della telefonia in calo nonostante l’aumento esponenziale delle telefonate). Non fu solo il trasferimento delle produzioni all’estero nei paesi a basso costo di mano d’opera a produrre disoccupazione. Ovunque l’automazione costava meno della forza lavoro. “Più alta è la tecnologia, più dispendiosa diventa la componente umana del processo produttivo in confronto a quella meccanica. … la produzione eliminava manodopera più di quanto l’economia di mercato generasse nuovi posti di lavoro” (484).

Privatizzazioni da un lato e indebolimento dei sindacati dall’altro. L’economia mondiale si stava espandendo “ma si era rotto quell’automatismo per cui l’espansione produceva occupazione per uomini e donne che si affacciavano al mercato del lavoro senza una qualifica professionale” (484). Se la rivoluzione agricola aveva fornito ex contadini (senza qualifica) alla nascente industria, l’automazione a chi cedeva la massa di ex operai? il settore informatico richiede alta qualifica.

Nei paesi capitalisti ricchi la manodopera in esubero poteva ripiegare sull’assistenza pubblica, anche se i lavoratori permanentemente assistiti diventarono oggetto del rancore e del disprezzo di coloro che sapevano di guadagnarsi da vivere con il proprio lavoro. Nei paesi poveri i disoccupati entrarono nella oscura ma vasta area dell’economia ‘sommersa’ o ‘parallela’, nella quale uomini, donne e bambini vivevano non si sa bene come, grazie a lavorucci, servizi di vario tipo, espedienti, compravendite e furti.” (485) L’economia sommersa si diffuse progressivamente anche nei paesi più ricchi.

[2] Dall’espulsione degli operai si passò a quella dei ceti impiegatizi: anche qui per effetto dell’automazione.  Crescente insicurezza e “crescita dell’odio” e del rancore sociale. La critica ai partiti al governo non andò più a favore dei partiti di opposizione. Divaricazione nell’elettorato dei partiti socialdemocratici: chi mantiene i salari, chi li vede deprezzati dalla concorrenza internazionale e chi cadeva nella “sottoclasse”, vittime disprezzate da tutti. Crescita dei partiti xenofobi e razzisti, autonomisti/secessionisti su base etnica (e non solo). Crisi delle politiche universalistiche (liberali o socialdemocratiche), ostilità crescente verso gli immigrati. Crollo dei partiti tradizionali.

[3] Crisi parallela dei paesi socialisti e fine della “interdipendenza della guerra fredda” che garantiva l’equilibrio interno delle due parti “che stabilizzava sia le superpotenze sia il mondo che da loro dipendeva e, quando crollò, gettò nel disordine tutti gli equilibri. Il disordine non fu soltanto di natura politica, ma anche economica.” (489) Non solo i singoli paesi entrarono, non attrezzati, ciascuno per suo conto nel mercato globale, ma anche l’occidente non era pronto ad integrarli (es. la Germania e la Finlandia). I riformatori dell’est pensavano di imitare e proporre un modello di socialdemocrazia ma il crollo dell’est coincideva con la crisi dell’ovest e quel modello era obsoleto per cui i paesi ex-socialisti abbracciarono il neoliberismo più sfrenato (che era anch’esso irrealizzabile). Le società dell’est erano rimaste più conservatrici e meno moderne (per minore ricchezza o per più rigido controllo?). “Il paradosso del comunismo una volta giunto al potere è stato quello di essere conservatore”. (493)

[4] I paesi del Terzo mondo dal 1970 sprofondarono tutti nel debito e con tasso imposto delle banche al 9,6% ad un certo punto non riuscivano più a pagare nemmeno gli interessi. Il risultato fu l’allargamento del divario fra paesi ricchi e paesi poveri. Gli investimenti divennero sempre più selettivi (specie in area asiatica).

[5] L’economia transnazionale (e il sistema complessivo delle comunicazioni) hanno favorito l’indebolimento degli stati e il neoliberismo ha fatto assorbire dal mercato buona parte dei servizi di welfare. Paradossalmente si registrarono parallelamente fermenti separatisti che spezzarono gli stati in entità più piccole e pertanto ancora più deboli. Il modello degli stati (micro) “nazionali” tese a prevalere di contro agli stati plurinazionali. I motivi erano soprattutto economici: le aree più ricche tendevano a separarsi per non sobbarcarsi più il “peso” di quelle meno ricche. Micro comunità identitarie che di fatto indeboliscono l’identità collettiva.

La politica dell’identità e il nazionalismo di fine secolo non sono perciò programmi, e ancor meno sono programmi efficaci per affrontare i problemi della fine del ventesimo secolo, ma sono piuttosto reazioni emotive a questi problemi.” (502)

Ma chi può affrontare questi problemi? gli stati nazionali sempre meno. Debolezza dell’ONU e degli altri organismi internazionali (nonostante il loro proliferare). Potere crescente degli organismi finanziari (Fondo monetario internazionale, Banca mondiale) che hanno imposto politiche liberiste e monetariste senza curarsi delle conseguenze nei singoli stati.

 

Terzo mondo e rivoluzione (cap. XV)

Crisi del modello marxista e del suo influsso, in particolare dopo il ’56; instabilità di tutto il terzo mondo. Problema del debito: molti stati non riuscivano più a pagare nemmeno gli interessi. Ascesa con Khomeini dell’islamismo… Declino delle élites rivoluzionarie (in genere marxiste) e manifestazioni di massa (ruolo crescente delle masse: Cina, paesi arabi …) contro il potere ma con scarso esito e comunque difficoltà a creare nuovi assetti stabili; tendenza crescente alla urbanizzazione.

Il mondo che entra nel terzo millennio non è un mondo di stati o di società stabili.

 Anche se è quasi certo che il mondo, o almeno gran parte di esso, sarà scosso da mutamenti violenti, la natura di questi mutamenti resta oscura. Alla fine del Secolo breve il mondo si trova in uno stato di crollo sociale piuttosto che di crisi rivoluzionaria ….” “Oggi …uno scontento verso lo status quo focalizzato in senso rivoluzionario è meno comune di quanto lo siano il rifiuto generico della condizione presente, l’assenza di partecipazione alla vita politica o la sfiducia verso le organizzazioni politiche, o semplicemente un processo di disintegrazione al quale le politiche statali interne e internazionali si adattano al meglio delle loro possibilità.

Il mondo attuale è anche pieno di violenza, più che nel passato, e, cosa altrettanto importante, è pieno di armi. … la facilità con la quale oggi è possibile entrare in possesso di armi ed esplosivi altamente distruttivi è tale che il consueto monopolio dello stato sugli armamenti nelle società sviluppate non può più essere dato per certo.

Il mondo del terzo millennio quasi certamente continuerà a essere un mondo di politica violenta e di violenti mutamenti politici. La sola cosa incerta è la direzione in cui ci porteranno”. (535-536)

La fine del socialismo (cap. XVI)

  1. Il comunismo cinese “non poteva essere considerato semplicemente come una sottospecie del comunismo sovietico” (538); precedente ricchezza culturale di uno stato unitario e omogeneo e sua autosufficienza. Il confronto con il Kuomintang e la lunga marcia portarono alla ribalta l’utopismo collettivista di Mao (che conosceva più Stalin e Lenin che Marx). Il cemento del suo partito non era tanto l’ideologia ma l’organizzazione. Fasi alterne e talora contradditorie delle sue politiche. Rottura con l’URSS nel ’56, la collettivizzazione dell’agricoltura (1955-57), il grande balzo dell’industria (’58), carestia del 59-61 e i dieci anni di Rivoluzione culturale fino alla morte di Mao (1976). Nonostante tutti gli errori e le forzature, la Cina, che rimase essenzialmente paese agricolo (la popolazione rurale fino agli anni 80 non scese sotto l’80%), aveva un tenore di vita superiore alla gran parte dei paesi del terzo mondo. Con la morte di Mao si cambiò rotta (arresto della Banda dei quattro) e si impose il nuovo corso pragmatico di Deng Xiaoping.
  2. Qualcosa non funziona nei socialismi reali; in URSS l’economia rallenta dal 1970, si esporta energia e si importano macchinari, sintomo di una carenza di innovazione. Anche gli indicatori sociali non migliorano (es. il tasso mortalità). Il termine “nomenklatura” si diffuse dall’Urss all’occidente: espressione di un cambiamento di visuale (ora negativa) sull’apparato. Maggiore influenza e ripercussioni delle crisi di mercato occidentali. Periodi di stagnazione (periodo di Brežnev) in URSS e di debolezza degli altri paesi del blocco sovietico: l’Ungheria e la Polonia sempre più indebitate con l’Occidente.
  3. Michail Gorbaciov divenne segretario nel 1985. La sua volontà riformatrice era indubbia e venne riconosciuta anche dall’occidente. “Se ci fu un uomo che da solo pose fine a quarant’anni di Guerra fredda mondiale quello fu Gorbaciov.” (557)
  4. Perestrojka (ristrutturazione dell’economia e del sistema politico) e glasnost (libertà di informazione) furono le sue parole d’ordine ma tra loro vi era un conflitto insanabile: presupponevano una “riforma dal basso” a cui il paese non era preparato per la sua lunga tradizione centralista impressa prima dallo zarismo e poi da Stalin.
  5. Il 1989 sembra richiamare a distanza di due secoli l’89 francese. Gli ultimi anni del sistema sovietico e dei paesi satelliti furono invece una catastrofe al rallentatore.
  6. Due osservazioni. Il comunismo (marxismo leninismo) come ideologia si diffuse rapidamente, ma ancor più rapidamente scomparve dal pensare collettivo. Perché non era una “religione” di massa e non vi era stata “conversione”: era più che altro la “fede dei quadri”, il loro presupposto identitario, che un fatto di massa.

Con il crollo dell’URSS l’esperimento del ‘socialismo reale’ è terminato” (577)

Comunque “Il fallimento del socialismo sovietico non intacca la possibilità di altri tipi di socialismo”. (578) L’isolamento della Rivoluzione russa impedì che si aprisse un’altra strada (socialismo di mercato).

Morte dell’avanguardia. L’arte dopo il 1950 (cap. XVII)

  1. L’arte non va considerata in modo separato dal resto della società. Sempre più sfumato se non del tutto scomparso il confine tra ciò che è arte e ciò che non lo è.

La tecnologia rivoluzionò le arti nel modo più ovvio rendendole onnipresenti”: radio, radioline a transistor, grammofono, giradischi, audiocassette (anni ’70). E mutò l’impatto della politica: De Gaulle contro il golpe militare nel 1961 (messaggio alla radio) oppure l’Ayatollah Khomeini che poté propagare i suoi discorsi rivoluzionari tramite audiocassette.

Con la televisione si diffondono immagini in movimento in “diretta”; rapidità della sua diffusione: ad. es. negli anni ’80 circa l’80% dei brasiliani aveva ormai accesso alla TV. Sostituì la radio e il cinema quale forma di intrattenimento più diffusa; negli Usa dagli anni ’50; in Gran Bretagna dagli anni ’60. Il passaggio successivo fu realizzato dal videoregistratore. “Con la diffusione dei personal computer il piccolo schermo sembra esser diventato il più importante collegamento visivo dell’individuo con il mondo esterno”. (582) Onnipresenza dell’arte e sua diversa percezione da parte del “pubblico”.

Rottura della linearità del tempo. “È impossibile … per chi vive in questa realtà audiovisiva riappropriarsi della semplice linearità della sequenza percettiva dei tempi passati. Oggi, in pochi secondi, ci si sposta lungo tutta la gamma dei canali televisivi disponibili, mutando in maniera rapidissima i contesti percettivi”. (582)

Questo ha inciso soprattutto sull’arte popolare e meno su quella colta (specie quella più tradizionale).

  1. Spostamento geografico dell’arte dall’Europa occidentale agli Stati Uniti e poi a tutto il mondo (Asia, America latina, Africa). In URSS gran peso ha avuto la poesia e, in generale, la creatività dei paesi dell’Europa orientale ha fatto dell’arte uno strumento di opposizione.

Aumento crescente, con lo sviluppo economico dei paesi occidentali, delle spese pubbliche per l’arte e fiorire del mercato dell’arte con il suo rapporto ambiguo fra arte e denaro. Declino dei generi tradizionali in tutti i settori dell’arte.

Declino della lettura: per i bambini il gusto della lettura non è più spontaneo. “Le parole che dominano la società dei consumi in Occidente non sono più le parole della Bibbia e tanto meno quelle di scrittori laici, ma i marchi dei beni di consumo” (595); la Pop Art ha espresso “coil massimo possibile di accuratezza e impassibilità” le immagini diventate icone della società dei consumi.

Crisi del modernismo delle avanguardie che concepivano l’arte come progresso e nascita del “postmodernismo”: con il suo atteggiamento scettico nei confronti della modernità e del progresso. Mutamento del modo di percepire l’opera d’arte: non più momenti di “adorazione” nei musei, nelle pinacoteche, nei teatri e nelle sale da concerto che costituivano le chiese laiche della civiltà borghese: Walter Benjamin ha chiarito come l’epoca della “riproducibilità tecnica” ha mutato il nostro modo di percepire l’arte (perdita dell’aura).

La novità rispetto a questa percezione tradizionale è rappresentata dal fatto che la tecnologia ha immerso nell’arte la vita quotidiana, privata e pubblica. Mai come nel nostro secolo è stato così difficile evitare l’esperienza estetica”. (603)

La commercializzazione ha fatto sì che non ci sia più distinzione (o si faccia finta che non ci sia più) “tra ciò che è serio e ciò che è insulso, tra il buono e il cattivo, tra ciò che è professionale e ciò che è dilettantesco … in base all’assunto che la sola misura di merito sono le cifre delle vendite o che queste distinzioni sono elitarie…”. (604) Tutto questo porta a chiedersi: c’è un futuro per l’arte?

Stregoni e apprendisti stregoni: le scienze naturali (cap. XVIII)

Potere della scienza e sua autonomia. “La verità è che la scienza … è troppo grande, troppo potente, troppo indispensabile per la società in generale e per i finanziatori in particolare perché possa essere lasciata a se stessa. Il paradosso della sua situazione è che, in ultima analisi, l’enorme centrale di energia costituita dalla tecnologia del ventesimo secolo, e l’economia che essa alimenta, dipende sempre più da una comunità di persone relativamente piccola, per le quali le conseguenze titaniche delle loro attività sono secondarie e spesso insignificanti.” (643) Solo con l’autonomia la scienza è produttiva; ai governi non interessa la verità ultima, ma quella strumentale.

Verso il terzo millennio (cap. XIX)

  1. Siamo all’inizio di una nuova era, caratterizzata da una grande insicurezza, da una crisi permanente e dall’assenza di ogni tipo di status quo” … [M. Stürmer, 1993)

Il secolo breve è terminato lasciando aperti problemi per i quali nessuno ha o neppure dice di avere le soluzioni. Mentre i cittadini di questa fine di secolo cercano nella nebbia globale che li avvolge la strada per avanzare nel terzo millennio, tutto ciò che sanno con certezza è che un’epoca della storia è finita. La loro conoscenza non va oltre.

Per la prima volta in due secoli, il mondo manca del tutto di ogni sistema o struttura internazionale. È indicativo di questa mancanza proprio il fatto che, dopo il 1989, sono comparse decine di nuovi stati territoriali, senza che vi sia un qualche meccanismo indipendente per la fissazione dei loro confini e senza neppure che sia stata accettata la mediazione imparziale di terzi. (645-646)

Dopo le due guerre mondiali il mondo veniva ridisegnato dalle grandi potenze.

Dove sono, insomma, le potenze internazionali, vecchie o nuove, alla fine del millennio?”

(Usa, Russia, Comunità Europea ecc. non sono più tali). Il pericolo di una terza guerra mondiale sembra scomparso ma le guerre proliferano.  “Questa novità consiste nella democratizzazione o privatizzazione dei mezzi di distruzione, che hanno cambiato dovunque nel mondo la probabilità che avvengano episodi di violenza rovinosa. È ormai possibile per gruppi abbastanza piccoli, che si oppongono all’ordine esistente per ragioni politiche o per altri motivi, portare dovunque lo sconquasso …” (647)

Costi crescenti per “la sicurezza” che in realtà è sempre più problematico assicurare.

Il divario crescente fra i paesi ricchi e quelli poveri ha prodotto un rancore reciproco: fondamentalismo da un lato e xenofobia contro gli stranieri immigrati dall’altro. “Tuttavia, politicamente e militarmente, ognuna delle due parti è al di là della capacità dell’altra di imporre il proprio potere” (649).

Il primo mondo, nonostante la superiorità economica e militare può magari vincere una guerra ma non è poi in grado di garantirsi il controllo di quei territori. È finito il periodo del colonialismo dove le popolazioni si lasciavano governare.

In breve il secolo è finito in un disordine mondiale di natura poco chiara e senza che ci sia un meccanismo ovvio per porvi fine o per tenerlo sotto controllo” (650)

  1. La ragione di questa impotenza non sta solo nella profondità e complessità della crisi mondiale, ma anche nel fallimento apparente di tutti i programmi, vecchi e nuovi, per gestire o migliorare la condizione del genere umano”.

Il fallimento del comunismo sovietico ha trascinato nel discredito i socialisti e in genere il marxismo. Le cure liberiste si sono rivelate altrettanto fallimentari. Scarsa presa delle teorie economiche sulla realtà. “I Decenni di crisi hanno rivelato che le istituzioni avevano perso il controllo sugli effetti delle azioni umane collettive.” (652)

Declino in occidente delle religioni tradizionali, non compensato, se non in piccola parte, dalle nuove sette militanti e dai nuovi culti (appariscenti ma costituiti da piccole percentuali). I fondamentalismi dei paesi terzi sono il sintomo di un rifiuto “arcaico” del mondo occidentale (per certi versi una sorta di lotta di classe) ma “non offrono alcuna guida per la risoluzione di quei problemi. I movimenti fondamentalisti sono sintomi di quella malattia di cui pretendono di essere la cura”. (654)

Lo stesso vale per le politiche identitarie dei nuovi (micro) nazionalismi.

Il principio dell’autodeterminazione dei popoli in un mondo dove tutto è interrelato non ha più senso (o produce guerre a non finire e dispute sui confini, sulle enclave ecc.). Nuove forze politiche possono rovesciare quelle vecchie ma non hanno maggiori probabilità di offrire soluzioni. Sono impermeabili alle teorie economiche del liberalismo e del libero mercato e magari opteranno per qualche nazionalizzazione ma … “anche se sono pronti a fare qualunque cosa, come chiunque altro non sanno che cosa si debba fare.” (655)

(>> Non credo serva sottolineare l’attualità oggi – aprile 2018 – di queste parole. Le forze politiche “nuove” parlano “a vuoto” di cambiamento senza precisare di che tipo di cambiamento si tratti e pertanto sanno dire cosa non vogliono e pochissimo quello che vorrebbero con una disponibilità alle più svariate alleanze che non è sintomo di “centralità” ma di vaghezza. E le forze tradizionali sono paralizzate dalla incapacità di capire quello che sta succedendo.)

  1. Dove stiamo andando? Neppure l’autore, dichiara Hobsbawm, lo sa. “Tuttavia alcune tendenze di lungo periodo sono così chiare che ci consentono di abbozzare un elenco dei problemi mondiali più importanti e di definire almeno alcune delle condizioni richieste per la loro soluzione” (656)

Demografia: previsione di una stabilizzazione sui 10 miliardi intorno al 2030 con squilibri ulteriori tra le regioni e conseguenti nuove migrazioni; gli stati tenteranno di rispondere o con sistemi di apartheid o con forme di migrazioni temporanee.

Ecologia: purtroppo i cambiamenti climatici sono lenti e non esplosivi per cui si tende a rimandarli. Servono invece risposte globali, anche se quelle dei paesi più sviluppati, come gli USA, risulteranno maggiormente decisive. Hanno ragione i sostenitori di politiche ecologiche basate sul concetto (opportunamente impreciso, in quanta va adattato alle diverse situazioni) di sostenibilità.

  1. Economia: continuerà (oscillando) lo sviluppo, specie nel terzo mondo ma con diseguaglianze crescenti.

Un’economia mondiale che si sviluppa attraverso la produzione di diseguaglianze crescenti, quasi inevitabilmente genererà grossi problemi” (659)

Tre gli aspetti che creano allarme:

  • la tecnologia continua ad espellere dalla produzione di beni e servizi il lavoro umano, senza procurare nello stesso settore abbastanza lavoro per gli espulsi dal circuito produttivo e senza neppure garantire un tasso di crescita economica sufficiente ad assorbirli in altri settori. Pochissimi osservatori si attendono seriamente un ritorno sia pure temporaneo alla piena occupazione dell’Età dell’oro in Occidente”. (659-660)
  • Globalizzazione e spostamento della produzione industriale dove i salari sono più bassi: ne derivano delocalizzazione o/e calo dei livelli salariali per la concorrenza salariale mondiale.
  • Storicamente si rispondeva con il protezionismo anche se oggi la dimensione mondiale e l’ideologia liberista pura sembrano rendere difficile tale direzione. “L’economia mondiale è un motore sempre più potente e incontrollato”. La crescita dell’età dell’oro si basava su redditi alti dei consumatori (salariati): oggi questi redditi sono a rischio. La crescita del terziario in generale ha rallentato questi processi, ma oggi questi fattori stabilizzanti sono minati.

Nel corso dell’Ottocento il libero commercio aveva prodotto recessione (depressione) e il protezionismo (nei paesi occidentali) sviluppo. Il capitalismo oramai non riesce più a riformare se stesso: oggi non ha più una spinta esterna come furono comunismo e nazismo e nemmeno interna (movimento operaio). Il compito principale del nuovo millennio è “di considerare … i difetti intrinseci del capitalismo” (663).

  1. Gli analisti statunitensi pensavano che il crollo dell’URSS ratificasse il trionfo sia del capitalismo che della democrazia liberale. La realtà ha ampiamente dimostrato il legame non necessario fra capitalismo e democrazia e la possibilità di modi molto diversi di interpretare la democrazia (spesso formale o ridotta). Si apre un periodo di instabilità di tutti gli stati con esiti incerti:

La politica non è un ambito di previsioni futurologiche incoraggianti” (664)

Alcuni tratti “che si stagliano con forza nel paesaggio politico mondiale”:

  • Indebolimento dello Stato nazionale: erosione dall’alto (mercato, organismi sovranazionali) e dal basso (spinte autonomiste e indipendentiste, stati più piccoli, privatizzazioni di servizi che erano esclusivi dello stato come le Poste).
  • Eppure lo Stato è indispensabile per contrastare le tendenze all’ineguaglianza.

La distribuzione sociale e non la crescita dominerà la politica del nuovo millennio. È essenziale che non vi sia alcuna ripartizione delle risorse attraverso il mercato o, almeno, che vi sia una spietata restrizione del ruolo redistributivo del mercato se si vuol fronteggiare l’incombente crisi ecologica. In un modo o nell’altro il destino dell’umanità del nuovo millennio dipenderà dalla restaurazione dell’autorità pubblica”. (666-667)

  1. Quale natura e raggio d’azione potranno avere le autorità decisionali (nazionali e sovranazionali)? Come, ad esempio, si svilupperà l’Unione Europea? nasceranno altre strutture regionali simili (magari nell’ex URSS ecc.)? Gli organismi finanziari hanno oggi grande potere ma operano per rafforzare il libero mercato e pertanto aggravano tutti i problemi indicati.

E come la “democrazia” può invece risolvere i problemi? Siamo di fronte ad una crisi della democrazia: vi sono decisioni da prendere che non sempre (spesso) sono condivise dall’opinione pubblica (influenzata dai mass media). Ad esempio la necessità di aumentare le tasse. E molte decisioni sono su questioni su cui la maggior parte della popolazione non ha alcuna competenza; tanto più che sempre più spesso i tecnici non concordano fra loro.

Crisi nella identificazione collettiva in governi che perseguono in modo condiviso l’interesse comune. Anarchismo individualistico da una parte (USA) e corruzione delle classi dirigenti (Terzo mondo ma non solo; ad es. in Italia). Crisi della capacità di decisione delle democrazie mentre è sempre più forte il potere degli organismi come le banche centrali e quello degli stati autoritari. Il modello (non auspicabile) potrebbe essere quello della democrazia plebiscitaria; in sostanza una situazione non incoraggiante per il futuro della democrazia parlamentare liberale.

7. Conclusione. Impossibile fare previsioni. Siamo di fronte ad una crisi più lunga di quelle avutesi alla fine delle due guerre mondiali.

Il mondo rischia sia l’esplosione che l’implosione. Il mondo deve cambiare. Non sappiamo dove stiamo andando” (674)

Comunque una cosa è chiara. Se l’umanità deve avere un futuro nel quale riconoscersi, non potrà averlo prolungando il passato o il presente. Se cerchiamo di costruire il terzo millennio su questa base, falliremo. E il prezzo del fallimento, vale a dire l’alternativa a una società mutata, è il buio.” (675)

Note

[1] Corso di Alta formazione – Livello avanzato Peer&Media Education (Cremit, Contorno Viola, ASL VCO): lezione “Dalla Peer Education alla Peer&Media Education” tenuta a Verbania, Villa Giulia il 28 ottobre 2016.

[2] Enzo Traverso, Il secolo di Hobsbawm (tratto da http://alencontre.org/ e tradotto dal francese da Titti Pierini).

[3] Il secolo di Eric Hobsbawm (MicroMega).

[4] G. Arrighi, The Long Twentieth Century. Money, Power and the Origins of Our Times [1994], Verso, Londra 2010.

[5] Da Il secolo di Hobsbawm (cfr. nota 3). Altre due presentazioni dell’opera di Arrighi, reperibili online, sono quelle di Pierfranco Pellizzetti (in MicroMega) e di Benedetto Vecchi (ne il manifesto).

[6] Eric Hobsbawm, “Conclusioni”, in Silvio Pons (a cura di), L’età degli estremi. Discutendo con Hobsbawm del Secolo breve, Carocci, Roma. 1998, p. 33.

[7] Il titolo originale è infatti Age of extremes. The short Twentieth century 1914-1991.

[8] La Fine della Cultura. Saggio su un secolo in crisi d’identità, Rizzoli, Milano 2013, p. 7.

[9] Marshall McLuhan, Gli strumenti del comunicare, Garzanti, Milano 1967, p. 95.

[10] Ruggero Eugeni, La condizione postmediale. Media, linguaggi e narrazioni, La Scuola, Brescia 2015, p. 20.

[11] Il secolo breve, BUR, Milano 2000, p 581.

[12] Cfr. Zygmunt Bauman, Cose che abbiamo in comune. 44 lettere dal mondo liquido, Laterza, Roma-Bari 2012, p. 29.

[13] Serge Tisseron, L’intimité surexposé, Hachette, Paris 2002.

[14] La condizione etc. cit., p. 8.

[15] Tzvetan Todorov, Il nuovo disordine mondiale. Riflessioni di un cittadino europeo, Garzanti, Milano 2003.

[16] Walter Benjamin, L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica. Arte e società di massa, Einaudi, Torino 1966.

[17] Luciano Floridi, La quarta rivoluzione. Come l’infosfera sta trasformando il mondo, Cortina, Milano 2017. Per un commento articolato cfr. Dal mondo all’infosfera: così è cambiato il nostro habitat di Remo Bassetti.

[18] Senza pretesa di ordine né tantomeno di completezza. Magari su alcuni di questi interrogativi riuscirò a ritornare in qualche prossimo post.

[19] Jonathan Sacks, Non nel nome di Dio. Confrontarsi con la violenza religiosa, Giuntina, Firenze 2017, p. 30.

[20] Faccio riferimento all’edizione SB Saggi /BUR del novembre 2000.

[21] Afferma Rossana Rossanda, intervistata da Tommaso di Francesco su il manifesto del 5 aprile 2018: “Credo che bisognerebbe riflettere sul fatto che più che aggredire un comunismo che in Europa occidentale non c’è mai stato, quel che è stato aggredito dopo la caduta del muro di Berlino è stata una certa interpretazione keynesiana che ha caratterizzato le costituzioni europee post-belliche.”

[22] Cfr. Gustavo Zagrebelsky, Il “Crucifige!” e la democrazia, Einaudi, Torino 2007.

[23] Einaudi, Torino 1966 (2^ ed. Riveduta). La citazione alle pp. 4-5.

4 commenti
  1. Avatar di Roberto Bertini
    Roberto Bertini permalink

    Gentile Gianmaria, anche io penso che non si può prolungare il passato. La caduta del Muro di Berlino è stato l’ultimo segno di un fallimento. Però è stato il fallimento di una impresa che aveva lo scopo di liberare l’umantità. Questa impresa deve ancora essere tentata. Nella storia si è sempre proceduto per tentativi e fallimenti fino a quando si è ottenuto il successo. Si impara dagli errori fac endo il bilancio delle esperienze passate. Il fallimento è padre del successo. Nella esperienza del movimento operaio ci sono stati degli pseudo-bilanci; si pensi al XX° congresso del PCUS quando tutto il male fu attribuito ad una persona, Stalin; si pensi a quella Babilonia che è stata da noi la Bolognina e gli anni successivi, non c’era vero dibattito ma una cacofonia da cui potevano risultare vincitori i soggetti più scaltri e meglio posizionati.
    Per fare un bilancio serio occorre porre attenzione a tutti gli aspetti, negativi ma anche positivi e vedere se probabilmente, come dice il proverbio “il difetto stesse nel manico”. Mi riferisco alla pretesa originaria di guidare, con il cominform, l’intero movimento da una centrale unica.
    Alcuni conquiste di principio mi sembrano incontestabili: la necessità di avere un partito che fosse il quartier generale degli sfruttati; l’esperienza russa e cinese è stata una conferma in questo senso.
    E di tante altre cose si potrebbe dire; e soprattutto si dovrebbe fare; cioè fare il bilancio non in termini astratti ma in relazione alle lotte che le masse sfruttate e oppresse oggi devono portare avanti.
    Io mi sono trovato con i compagni del blog pennabiro.it in accordo su questi punti. Con loro collaboro da tanti anni e da tempo abbiamo sviluppato una critica serrata e la lotta al capitalismo, al finanzcapitalismo ma anche a ciò che erano diventati il PCUS, il PCI e i loro eredi.
    Roberto Bertini

  2. Avatar di gianz8

    Il mondo, la realtà intorno a noi corre veloce e mi pare che le categorie che utilizziamo siano sempre più obsolete e che i luoghi dove si concentra la riflessione siano costituiti da nicchie non comunicanti. Alla attuale crisi sanitaria come se ne esce? Di fronte all’attuale contrapposizione fra “le priorità dell’economia” e quelle della “emergenza sanitaria” poche sono sinora le voci collettive su una terza via. Terza via che non ha più senso oggi declinare come via d’uscita da una dicotomia letta con i paradigmi del passato (capitalismo vs socialismo) e forse nemmeno più fra Globalizzazione e Sovranità. In una situazione paradossale dove la destra invoca la libertà e la sinistra sembra affascinata dal modello securitario. 100 intellettuali africani si sono ritrovati su una prospettiva che tende a delineare una possibile altra via per il loro continente. Non mi pare che in Europa ci sia, almeno sinora, una risposta di questo livello.
    https://www.africarivista.it/covid-19-la-lettera-aperta-di-100-intellettuali-africani/157922/

  3. Avatar di gnemmi andrea
    gnemmi andrea permalink

    grazie Gianma, molto interessante, se non lo hai già letto ti consiglio La quarta rivoluzione di Floridi, è più esaustivo del Manifesto onlife e riprende alcuni dei temi toccati nella tua riflessione

Trackbacks & Pingbacks

  1. Erminio Ferrari: storie e cammini della Resistenza | fractaliaspei

Lascia un commento