“Mattatoio n. 5” di Kurt Vonnegut
Il paradosso della realtà
Leggendo “Madre notte” mi son reso conto di non ricordare niente di “Mattatoio n.5” che avevo gustato molti anni fa: mi restava unicamente la sensazione di un libro che mi aveva coinvolto col suo miscuglio di storia vissuta e fantascienza.
Riprendendolo la prima cosa che ho notato è la scrittura (volutamente) ridotta all’osso, alla massima semplicità, alla banalità quasi. L’ha scritto Vonnegut “nello stile alquanto telegrafico e schizofrenico in uso nel pianeta Tralfamadore donde vengono i dischi volanti” ed è come se l’avesse scritto Kilgore Trout, il più scalcinato e meno letto scrittore di SF che sia mai esistito; … ed anche se fosse realmente esistito, oggi sarebbe senz’altro defunto: “Così va la vita”.
Quest’ultimo è l’insopportabile ritornello (anch’esso tralfamadoriano) che continuamente ci accompagna nella lettura ogni volta che qualcuno (od anche qualcosa) muore. E non solo morti tragiche ma, spesso, morti banali, casuali, individuali o collettive. Perché questo in sostanza è un libro sulla vita e sulla morte.
Ed è ancor più un libro (come sempre con Vonnegut) sul paradosso.
È pensabile che gli alieni del pianeta Tralfamadore (esseri più simili a piante che ad umani, con un’unica foglia a forma di mano con al centro un occhio) rapiscano con il loro disco volante due umani per metterli nel loro zoo a 713.700.000 miliardi di chilometri dalla terra? Esseri che vivono in un’atmosfera di cianuro e che vanno istantaneamente avanti e indietro sia nello spazio che nel tempo.
È pensabile che Billy non solo sia stato sul pianeta alieno ma che possa anche lui continuamente andar avanti ed indietro nel tempo? È pensabile che Kilgore Trout (lo scalcinato scrittore di SF che per vivere sfrutta ragazzini addetti alla vendita di giornali) sia l’unico ad aver capito i segreti dello spazio-tempo e della quarta dimensione?
È pensabile che dei ragazzini impacciati ed impreparati (la “crociata dei bambini”) vengano mandati allo sbaraglio nella più grande guerra della storia? È pensabile che un adulto insegnante di Liceo raccolga dalle rovine di un’intera città una teiera e per questo processato per saccheggio e fucilato?
È pensabile che le due principali democrazie, in lotta contro il terrore nazista, pianifichino e realizzino il più grande ed atroce bombardamento della storia su di una città indifesa e senza alcun obiettivo militare?
È pensabile che del bombardamento di Dresda che causò più morti (135.000) di ogni altro nella storia (compresi quelli atomici di Hiroshima e Nagasaki) non vi sia memoria e consapevolezza collettiva?
Un libro, certo, contro la guerra (un libro pertanto “inutile”, dice l’autore, come può esserlo un libro “contro i ghiacciai”).
Ma anche un libro antiamericano, antiamericano come può esserlo solo il libro di un americano (così come solo un vero svizzero può scrivere libri veramente anti-svizzeri: cfr Max Frisch).
“L’America è la nazione più ricca del mondo, ma il suo popolo è in gran parte povero, e gli americani poveri tendono ad odiare se stessi”. La povertà vista non come sfortuna o disgrazia, ma come colpa; e quelli mandati in guerra, vestiti in modo goffo, sono esseri disprezzati dai loro superiori e loro stessi senza dignità, incapaci di reciproca solidarietà anche quando vengano fatti prigionieri. All’opposto degli impeccabili soldati inglesi.
E noi non potremmo, da Vittorini in poi, amare gli scrittori americani (e con loro un po’ il loro paese) se non grazie (anche) a questo tipo di scrittori “anti-americani”.
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Ho visto solo ieri sera il film ominimo del 1972 diretto da George Roy Hil, tratto dal testo di Vonnegut (visionabile on line : http://www.youtube.com/watch?v=cKtNFuF1H80 ). È un film dignitoso contro la guerra ma che, nella traduzione dal romanzo, perde completamente l’aspetto di paradossalità e di critica radicale alla società americana. La vicenda viene in qualche modo razionalizzata suggerendo quale chiave di lettura: “la guerra è talmente tremenda da far perdere il senno della ragione a chi la ha vissuta” per cui l’aspetto fantascientifico sembra risolversi nelle fantasie allucinate di un sopravvissuto. E gli aspetti di critica al modo di vita americano risolversi in sequenze da commedia (la grassa moglie e la sua Cadillac, la vita provinciale ecc.).
In sostanza se il testo narrativo è un pugno nello stomaco, quello filmico una rassicurante rassegna di buoni sentimenti dove anche gli orrori della guerra (commessi dai “giusti”) sono alleggeriti da momenti di svago.